mercoledì 22 luglio 2009

Prenderò d'anticipo il mattino di Vinicio Capossela

Pulito come un solitario
mi scrollerò di dosso l'obbedienza
mi brucerò da dosso la rinuncia,
la brucerò come un'efelide
nell'acido della mia insonnia.
Sarò solo nervo e niente grasso
lucido come una notte insonne
scintillante come una moneta nella benzina
scaltro come un affamato
suderò di eccitazione
veloce come un voltafaccia
disobbediente come un evaso
leggero come un salasso
tagliente come un addio
nervoso come una rapina
avrò febbre addosso
colerò impaziente come grasso
nel cielo della benzina
mi metterò nelle mie mani
giocherò di prima
forte come un epilettico,
arrabbiato come una faina
taglierò i sogni con la lametta
e li lascerò sotto il cuscino
mi scrollerò il sonno
sfrontato come un affittuario
dormirò vestito
starò addosso alla vita come un bastardo
come un segugio, come un mastino
non guarderò mai l'orologio
prenderò d'anticipo il mattino...


vinicio capossela
1 agosto 2009 LIVE in Bortigiadas...

Reading In Clandestinità con Cinasky

DERAGLIAMENTI 2009 BORTIGIADAS by Pixel


DERAGLIAMENTI 2009 Maria Giua a Bortigiadas


DERAGLIAMENTI 2009 Federico Sirianni a Bortigiadas


DERAGLIAMENTI 2009 Sandro Fesi et Iskeliu a Bortigiadas


DERAGLIAMENTI 2009 Vincenzo Costantino Cinaski a Bortigiadas

C'è chi beve e si vanta della propria ubriachezza.
C'è chi si ubriaca e si vergognadei propri sentimenti.
C'è chi osserva tutto questo
e lo sopporta solo bevendo.
Un bicchiere è un arma micidiale
quando lo appoggi
vicino al cuore.
La vita va corretta,va corretta..
È così difficile berla liscia.
Il bar non ti regala ricordi
ma i ricordi ti portano sempre
Al Bar

vincenzo costantino cinasky
live in bortigiadas 1 agosto 2009 - deragliamenti

DERAGLIAMENTI 2009 Vinicio Capossela a Bortigiadas

DERAGLIAMENTI 2009 Vinicio Capossela a Bortigiadas.


Vinicio si esibirà nel reading In clandestinità insieme a Vincenzo Costantino Cinasky sabato 1 agosto 2009 a partire dalle ore 21.30

DERAGLIAMENTI 2009 BORTIGIADAS

Presentare il proprio Comune e una manifestazione ad esso legata è sempre qualcosa di estremamente difficile. Troppo spesso si rischia di essere banali, frettolosi, approssimativi se non addirittura incomprensibili. Omologarsi diventa l’imperativo categorico. Noi cercheremo di non cadere in questo errore che annulla, svuota, baratta il senso stesso di una parola che pare sia stata abolita dal lessico comune, la parola uguaglianza. Bortigiadas, anche con questa manifestazione, vuole affermare, e non appaia una dicotomia, l’essere diverso fra gli uguali e coniugare così identità e uguaglianza. La scelta di proporre una rassegna dedicata alle PAROLE D'AUTORE ricalca esattamente questa logica. Il titolo della manifestazione “DERAGLIAMENTI" è stata provocato da Vinicio Capossela, che nel 1999 fu protagonista a Bortigiadas di uno straordinario concerto, secondo cui “c’è la strada e c’è il deragliamento, inevitabile quantunque”. In questa frase c’è tutto quello che è e che vorrà essere questo evento: il palcoscenico per quelle culture che si sono poste fuori dalle logiche di mercato, della mercificazione del pensiero, dell’umanità e della dignità. Musica, parole, poesie che hanno deragliato, appunto. Il tentativo è quello di costruire nel tempo una manifestazione che leghi indissolubilmente artisti e pubblico a un luogo, Bortigiadas, in una sorta di comunanza sentimentale e ideale il cui collante sia la musica, la poesia, le emozioni. In tempi in cui tutto è merce, mercato, vendita e profitto noi diciamo, provocatoriamente, che l’unica risorsa del nostro paese è il Nulla e che la nostra povertà è l’unica vera ricchezza. Povertà che è sinonimo di amore per la semplicità una caratteristica rimasta ancora inalterata nella nostra piccola comunità. Una povertà che non ci costringe a piangerci addosso, che non ci ha consumato le lacrime e la voce, ma che invece ci dà la forza per costruire una società migliore. Lo sforzo che in questi anni si è fatto non è quello di riappropriarsi delle antiche miserie bensì quello di riscoprire le antiche solidarietà col sacrificio e la fatica di chi ci ha preceduto. Uno degli strumenti per testimoniare la nostra esistenza, in un’epoca storica che tende ad annullare con violenza le identità, è la cultura. Abbiamo scelto di dire io esisto attraverso la musica e le parole, le uniche forme di linguaggio che hanno insite in sé il concetto di fratellanza. È il nostro modo di far convivere identità e uguaglianza. Noi e il mondo. Con un obiettivo: far felici i cittadini.
Il Sindaco

Emiliano Deiana


PROGRAMMA

Sabato 1 agosto 2009

SANDRO FRESI ET ISKELIU

READING (*** IMPORTANTE READING E NON CONCERTO) In Clandestinità" . ShowMatch Letterario VINICIO CAPOSSELA vs VINCENZO COSTANTINO CINASKY


Domenica 2 agosto CONCERTO Federico Sirianni & Band + Maria Pierantoni Giua & Band.


Deragliamenti: la storia

1998 Modena City Ramblers

1999 Vinicio Capossela

2000 Gian Maria Testa + Calic

2001 Piccola Orchestra Avion Travel + Chichimeca

2002 Giorgio Conte + Pippo Pollina + Valentina Gravili+Filomena Campus + Alberto Cabiddu

...salutare pausa di riflessione...

2005 Mirco Menna

...altra pausetta...

2008 Stefano Tessadri + Federico Sirianni


BORTIGIADAS (Prov. Olbia-Tempio) h. 22 Ingresso 15 euro x 2 serate (7,50 euro a serata)

venerdì 24 aprile 2009

L'intervento di Emiliano Deiana


Presidente Lombardo
Presidente Cappellacci
Presidente Milia
Onorevoli Consiglieri
Signori della Giunta Regionale
La seduta congiunta fra il Consiglio Regionale e il Consiglio delle Autonomie non può né deve essere un semplice adempimento di una disposizione di legge, ma deve essere il momento più alto di confronto fra la Regione e il sistema delle autonomie locali.
Le parole che diciamo oggi, in questa sede, devono tracciare il cammino delle politiche future. Per questo motivo il confronto, da una parte e dall’altra, deve essere franco, leale e sincero. In questo modo, pertanto, cercherò di esercitare il ruolo di membro del Consiglio delle Autonomie.
La seduta congiunta cade in momento politico particolare – all’inizio di una legislatura – con l’urgenza reale di approvare la manovra finanziaria in tempi brevi.
Con grande senso di responsabilità il Consiglio delle Autonomie ha dato, alla proposta della Giunta Regionale, un parere positivo e con esso un’apertura di credito al Presidente della Regione, alla Giunta, alla maggioranza e alla minoranza all’interno del Consiglio Regionale.
Il parere – e non appaia ozioso sottolinearlo – è stato espresso all’unanimità da sindaci e presidenti di provincia di destra e di sinistra, da sindaci di comuni grandi e da sindaci di comuni piccoli e piccolissimi.
Ancora una volta, il sistema degli enti locali della Sardegna, ha dato un esempio di come si possano ricercare e trovare le opportune convergenze, i giusti compromessi e le legittime proposte.
Tutti voi avete avuto l’opportunità di leggere il parere espresso dal Consiglio delle Autonomie e a nessuno può sfuggire il fatto che sia un parere argomentato, documentato e che ha all’interno elementi di analisi, di critica e di proposta.
Il progresso della Sardegna passa necessariamente dall’aumento della coesione sociale e della coesione territoriale. Tutte le analisi socio-economiche confermano che esistono vari tipi di “Sardegna”: a) le aree urbane; b) le aree costiere; c) le aree interne d) le aree insulari.
Nelle aree urbane, dove vive la maggioranza della popolazione sarda, si annidano, oltre a grandi opportunità, anche sacche sempre crescenti di povertà, di disagio e di emarginazione. Il lavoro, la casa e un nuovo sistema di welfare e di protezione sociale rappresentano le grandi emergenze dei contesti urbani.

Nelle aree costiere, dalla seconda metà degli anni ’60, insieme allo sviluppo turistico, è nata un’economia, legata soprattutto all’edilizia, che ha tratto grande giovamento da questa espansione. Troppo spesso si è confuso il cemento con il turismo e si sono prodotte comunità con poca consapevolezza di sé e poca prospettiva se non quella della prossima estate.

Nelle aree interne, salvo qualche raro esempio, si assiste a un lento quanto inesorabile fenomeno di “desertificazione umana”. Paesi di anziani, senza futuro, i pochi giovani cercano fortuna altrove sperimentando una nuova stagione di emigrazione. È tuttavia in questi paesi che si conservano i valori più autentici della nostra terra.

Nelle aree insulari i problemi di continuità territoriale, di assenza di fondamentali presidi e servizi, la mancanza di lavoro e la presenza di fattori esterni
(Vedi, nel caso dell’isola della Maddalena, la presenza per decenni di servitù militari) aumentano le normali difficoltà entro le quali le amministrazioni si trovano ad operare. Caro Presidente, ciò che è accaduto quest'oggi ai danni dell'isola della Maddalena è francamente inaccettabile. Tutti noi ci aspettiamo da lei parole chiare .

Nel parere alla Finanziaria 2009 abbiamo espresso parole di apprezzamento nei confronti della Giunta Regionale che di fronte alla crisi ha proposto delle azioni concrete volte a contrastarla.

L’Italia e l’Europa si trovano di fatto in recessione e bene fa la Giunta Regionale a non “nascondere la testa sotto la sabbia”. La crisi difatti non è “crisi psicologica”, né congiuntura economica sfavorevole, ma è crisi di sistema.

Questa crisi ci costringe a ripensare noi stessi, i nostri valori di riferimento, il nostro modo di vivere e di produrre e, non da ultimo, il nostro modo di essere cittadini consapevoli e non solo “consumatori” di ambiente, di beni, di merci e di servizi.

Molti analisti, in questi mesi, ci dicono che la crisi può evolvere in molti modi. Utilizzando il paradigma della crisi del 1929 da una parte si è prodotto il nazismo e dall’altra il New Deal, da una parte l’abisso della storia umana e dall’altro una nuova rinascita.

Tutti noi dobbiamo operare, prodotti i necessari anticorpi democratici, per trasformare questa crisi economica in una grande opportunità di riforma della nostra società.

Per far ciò occorre una severa critica al modello di sviluppo che abbiamo applicato fin’ora in Sardegna, uno sviluppo che ha prodotto in campo sociale profonde disuguaglianze e in campo territoriale altrettanto profonde differenze.

Nella società si riaffaccia con prepotenza “il povero” e nel territorio si riafferma “il piccolo”, spesso identificato con “il luogo dell’identità” o “il luogo del passato”.

Così come - nelle società metropolitane - si tenta di ripulire le strade dai vagabondi così in Sardegna, per troppo tempo, i luoghi interni, i piccoli paesi sono stati nascosti dietro una cortina fumogena fatta di vip, di ville e di glamour quasi ci vergognassimo della loro stessa esistenza.

Per troppo tempo le classi dirigenti di questa regione hanno predicato il mito dello sviluppo, della crescita, del PIL.

Quel mito ha prodotto questa crisi, questo mostro che squarta la nostra società, che la divide ancora di più e ancora più profondamente in ricchi (pochi) e poveri (tanti).

Già nel 1950 qualcuno scriveva che “la nostra economia, immensamente produttiva, esige che noi facciamo del consumo il nostro stile di vita. Abbiamo bisogno che i nostri oggetti si consumino, si brucino e siano sostituiti e gettati sempre più rapidamente”.

Le famiglie si indebitano non solo per soddisfare bisogni necessari (mutuo, alimentari ecc.ecc.), ma anche per soddisfare bisogni superflui (l’ultima versione del cellulare, suonerie, Ipod, Iphon, ecc.ecc.).

A questo ci ha condotto questo sviluppo, alla perdita dei veri valori che dovrebbero fondare una società: amore della verità, senso della giustizia, responsabilità, rispetto della democrazia, elogio delle differenze, dovere di solidarietà, uso dell’intelligenza.

Ecco i valori che dobbiamo recuperare a tutti i costi, perché sono la base della nostra realizzazione e la nostra salvaguardia per il futuro.

Per vivere meglio si tratta ormai di produrre e consumare diversamente, di fare meglio e di più con meno, eliminando anzitutto le fonti di spreco e aumentando la durata dei prodotti.

Qualcuno potrebbe chiedersi cosa c’entrino questi ragionamenti con lo stato dei rapporti fra Regione ed Enti Locali? A mio parere c’entrano eccome.

Qui in Sardegna noi abbiamo già un modello che dovrebbe diventare il paradigma e l’esempio per tutta la Regione ed è il modello, tutto sardo, dei comuni piccoli e piccolissimi nei quali si conservano valori profondi che nessun cambiamento potrà annullare.

Valori che derivano direttamente dalla terra e dall’uomo, dal rapporto fecondo fra la natura e l’uomo.

In questo contesto è necessario passare dalla fede del dominio sulla natura alla ricerca di un inserimento armonioso nel mondo naturale. Sostituire l’atteggiamento del predatore con quello del pastore e del contadino.

Per gli ecologisti cristiani si tratta addirittura di un undicesimo comandamento “rispettare la natura in quanto creazione divina”.

Gli amministratori dei piccoli della Sardegna, dopo questa crisi, non vi diranno, come nel passato, che la salvezza dei piccoli paesi deve diventare la priorità di questo Consiglio Regionale. Perché sappiamo che non lo diventerà!

Gli amministratori dei piccoli comuni della Sardegna, invece, sono qui per dirvi che la salvezza di questa Regione dipende dai piccoli paesi, quelli più sconosciuti e marginali.

Dipende da essi perché è lì che si conservano le antiche solidarietà, il rispetto per gli anziani e per la natura, la cura dei bambini e delle donne, la dimensione umana in un mondo disumano.

Tutto questo deve trasformarsi, e si sta trasformando, in politiche concrete: tutti i nostri paesi devono diventare più belli e vivibili, ogni nuova famiglia deve essere agevolata nella costruzione di una casa nei luoghi di origine, ogni famiglia deve essere sostenuta nella fatica e nell’onere di allevare uno o più figli, deve avere una rete di protezione sociale ed educativa pubblica di livello, deve poter contare su una rete di infrastrutture che colleghi in sicurezza e velocità i piccoli centri con le grandi aree urbane.

Non si tratta tuttavia di ritornare al Piccolo Mondo Antico, ma di declinare la modernità coi valori dei nostri padri e dei nostri nonni, con la loro sete di giustizia e con la voglia di creare giorno per giorno una comunità solidale, aperta, viva e intelligente.

Da questa crisi non usciranno vincitori ancora una volta i più furbi, ma i più intelligenti, istruiti e preparati. Per questo motivo è necessario investire di più e meglio nella scuola, nella università e nella formazione. Solo con un elevato grado di istruzione si abbattono le disuguaglianze sociali e le barriere territoriali e si creano nuove possibilità per tutti.

Qualche anno fa è uscito un libro: si intitolava “La possibilità di un’isola”. Non era dedicato alla Sardegna.
Parlava del Futuro, di clonazione, di cloni.
Ecco vorrei che si evitasse, lavorando sulle originalità e sui particolari, che la Sardegna diventi un clone dell’Italia come vorrebbe qualche Ministro, ma mantenga le sue specificità esercitando, in maniera forte, la propria sovranità di popolo.
Difatti – citando quel libro– “esiste in mezzo al tempo la possibilità di un’isola”.
Emiliano Deiana
Sindaco di Bortigiadas



venerdì 17 aprile 2009

Un partito

Il partito che votate vi renderebbe felici consultandovi prima di decidere la linea da adottare sul testamento biologico, sul Ponte sullo Stretto, sul nucleare, sul salario di disoccupazione, sul piano casa del governo? Per ora, siete su “Scherzi a parte”. Ma con le “doparie” potrà succedere per davvero. È la proposta (seria) di un ricercatore del Consiglio nazionale delle ricerche, Raffaele Calabretta, quarantacinquenne calabrese trapiantato a Roma che si definisce “studioso delle emozioni politiche”. Alla mano un dossier svizzero che dimostra come il livello di felicità sia più alto nei cantoni in cui i cittadini vengono consultati sui problemi quotidiani, Calabretta ha individuato nell’apatia il peggior nemico della democrazia e la prima causa di disaffezione degli elettori dalla politica. E si è dato una risposta: “Una piccola soluzione alla crisi della democrazia rappresentativa in Italia”. Le doparie appunto, il sequel delle primarie. Si tratterebbe di consultazioni interne ai partiti, di opposizione quanto di governo, non per scegliere il leader (perché questo sarebbe stato già fatto) ma per assumere decisioni rispettose della base e coerenti con le promesse elettorali. Una sorta di referendum riservato, però, a iscritti, militanti, simpatizzanti di un dato partito. Un election day per decidere, una volta all’anno e a maggioranza, sui temi caldi. “Spesso i cittadini si sentono abbandonati - spiega Calabretta - Notano uno scollamento tra il prima e il dopo elezioni. L’Unione guidata da Prodi, ad esempio, si è spaccata tra centristi e sinistra radicale. Ecco: con le doparie gli elettori avrebbero potuto esprimersi”. Perché società liquide e complesse come quelle odierne necessitano di un continuo feed back tra popolo e capo. Non a caso, spiega il ricercatore, il super-carismatico Obama è stato costretto a un nuovo tour post-insediamento tra la gente per rinnovare il feeling, mentre Veltroni “dopo primarie trionfali è costretto a dimettersi”. E non a caso, sempre di più, i luoghi della politica si fanno virtuali: al posto delle sezioni nascono blog, forum, chat. Si va dagli sms per convocare riunioni alle decisioni rese note su Facebook. Certo, doparie è un nome buffo. Calabretta conviene: “Sembrano ridicole, sgangherate, piene di difetti. Un’espressione giocosa, superficiale. In realtà il termine evoca la saggezza popolare che storpia le parole. Doparie come dopo, ma anche come doping benefico: come il movimento fisico fa bene al cervello, i movimenti della società civile aiutano la politica”. Forse ha ragione lui, se un marchingegno sulla carta destinato all’archiviazione sotto la voce “utopie”, sta mettendo in circolo energie. Hanno raccolto l’idea i Cittadini per l’Ulivo - ricordate, i gruppi nati per sostenere il governo Prodi dal basso e rimasti prematuramente orfani? - di Trieste e di Bologna. E il Comitato Primarie Aperte di San Giovanni in Fiore nel Cosentino. Hanno aderito tra gli altri Margherita Hack, Mimmo Locasciulli, Oliviero Beha, Clara Sereni, Elio Veltri, i ragazzi di Locri, la promessa del Partito democratico lombardo Giuseppe Civati. Studenti universitari, come Laura Saggio, ci credono: “Siamo in tanti, idealisti ambiziosi e coraggiosi. Io amministro anche un gruppo su Facebook”. Potenza della Rete (esiste anche il sito http://doparie.it) i media si sono accorti di questo cavallo di Troia per espugnare la disillusione del popolo (soprattutto quello di centrosinistra) con diritto di voto. Perché, si accalora Calabretta, la sua creatura “è il contrario dell’antipolitica alla Grillo. È la risposta di buon senso al populismo, uno strumento per veicolare la rabbia rendendola costruttiva”. Sul “Riformista” Filippo La Porta annota: “Calabretta è un mistico della democrazia. È singolare che oggi essa, il sistema politico più giusto ma anche più noioso del mondo, possa suscitare uno zelo degno di cause rivoluzionarie e di sogni insurrezionali”. Sul “Foglio” Lanfranco Pace paragona la proposta alle salutari pulizie di Pasqua: una palingenesi domestica. Quelli delle doparie intanto si organizzano dotandosi di colonna sonora. Titolo “Il dopo è nell’aria”, testo di Laura Saggio: “La storia siamo noi cantava De Gregori/ E a noi dall’Italia c’hanno messo fuori/ Troppi politici sul seggiolino/ che si gonfiano il borsellino/ Con primarie ed elezioni/ Noi assistiamo alle negoziazioni/ Per un ministero o una sedia/ Ci beviamo sempre la stessa commedia". Conclusione che inneggia alla speranza: “Mani pulite e volti nuovi/ Non siamo noi a dover star fuori!/ Italia in alto i cori/ Adesso tocca a noi”.

mercoledì 15 aprile 2009

Non dimenticate il 25 aprile

"Guardati intorno e guardati da chi si professa Libero. Il sapore della Libertà è la paura. Solo chi ha paura di perderla ha il coraggio di inseguirla".
Un concerto a più voci sul tema della Liberazione. Per farlo, Vinicio Capossela – reduce dalla conclusione del suo fortunato tour “Solo show”, settanta date e oltre 100mila presenze - unisce la sua voce a quella di alcuni di coloro che hanno fatto della proprio opera una forma di Liberazione:
Per diversi anni ho preso parte alla manifestazione “Appunti partigiani”, che si teneva per diversi anni a Milano, presso i padiglioni dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, cercando di dare il mio contributo. Quest’anno ci è stata data la possibilità di fare qualcosa in più, e di organizzare un vero e proprio concerto in occasione della Festa della Liberazione, al quale abbiamo invitato alcuni amici ed artisti che della “liberazione” hanno fatto il loro modo di vita”.Il cantore anarchico Enzo Del Re, anzitutto, una delle figure più radicali della scena musicale italiana, per i suoi testi dal forte contenuto politico e civile e per la sua scelta di non utilizzare strumenti musicali tradizionali ma soltanto percussioni costruite con materiali di recupero, che il alcuni casi assumono un significato simbolico come la sedia (sedia elettrica/pena di morte) o la valigia (immigrazione). Il suo brano più famoso è “Lavorare con lentezza”, composto nel 1974 e utilizzato dalla piccola emittente radiofonica bolognese Radio Alice come sigla di apertura e chiusura delle proprie trasmissioni. La sua presenza in piazza a Parma è tanto eccezionale quanto preziosa, e la arricchisce di un rappresentante di una tradizione rurale del sud che ha avuto e ha, in voci come la sua e quella del compianto Matteo Salvatore, due dei punti di riferimento più preziosi della nostra espressione musicale.Un esempio di liberazione è anche quello perseguito dal maestro della parola Alessandro Bergonzoni, un comico, attore, scrittore e autore teatrale, ma più di tutto un funambolo della parola che ama giocare con essa in modo intelligente, aprendo nuove vie nell'immaginario che separa il comico, dal sarcastico, dal tragicomico e che potrà ben raccontare, e far immaginare, a chi sarà in piazza, i mille significati di una parola come “Liberazione”.I Fiati Sprecati poi, sono una scelta quasi obbligata se si parla di liberazione, essendo loro una banda popolare di strada (vengono da Firenze), che ama eseguire la musica in un contesto di liberazione e a sfidare ogni tipo di divieto formale, compresi quelli municipali, e che per ciò stesso sarà pronta a fare della piazza il proprio palco.“Da membro di una collettività sono offeso dal vilipendio di questa data che da alcuni anni viene dai più alti organi governativi per una data che simbolicamente riunisce le nostre migliori pulsioni. La Festa della Liberazione appartiene alla memoria più nobile della storia del nostro paese, e ha coinciso, e sempre dovrebbe coincidere, con un’idea e una speranza di rinascita, che mai sarebbe auspicabile come in questi tempi difficili e tormentati. Ed è per questo, per ritrovare il tanto citato “popolo” finalmente di nuovo in strada, e non in casa ipnotizzato davanti alla televisione, che abbiamo deciso di partecipare attivamente a questa giornata. Affinché sia qualcosa di più di una giornata in cui dare retta a chi, in occasioni del genere, da diverso tempo ci consiglia di “andare al mare””.
Vinicio Capossela

La patria in mutande

La prostituzione intellettuale di un allenatore di calcio
è l’ultima frontiera dell’umana follia quotidiana,
del quotidiano intorpidimento dei neuroni in una comunità corrotta,
genuflessa agli amplessi dei porporati …
Le cellule disorganiche, tumorali si rinchiudono in casa
escono nella notte, passeggiano nella pioggia di un inverno
che non finirà mai …
La mutazione genetica di una comunità senza nazione
e di una nazione senza comunione induce, tuttavia, a pensare
al mare calmo d’agosto …
Distesa d’acqua infinita, azzurra con richiami cobalto:
sotto il pesce grande mangia il pesce piccolo. Sempre.
In superficie sono estasiati dal calore: tanga minimi: stoffe risparmiate:
minimalismi: parole crociate sotto l’ombrellone. Sigaretta gettata fra la rena,
catrame, villini senza intonaci, infanti obesi, cani rabbiosi, moto d’acqua.
La sera tutti in fila al Paradise per ammirare lo yacht: caviale, troie russe,
spermatozoi in agitazione, collane d’oro, tatuaggi, coca e magnaccia,
sterco, denaro e demonio.
Il mare è sempre lì: immenso e immobile: immoto.
La distesa d’acqua ora ha il colore della notte, il colore del petrolio.
Achab è morto, Enoch forse sopravviverà.
Gli occhi di terracotta del mondo giurano fedeltà alla luna.
Sulla panchina del parco due innamorati si accoltellano.
L’italiano violenta una zingara, nel Tg della notte si parla di PIL,
di cerebrolesi, di immortalità, di immoralità, di genuinità dei cibi,
di abiti sformati, di nano particelle, di gigantismi, di elefantiasi,
del caldo e dell’estate ormai prossima alla fine.
La zingara è morta e gli leggo la mano. Prendi questa mano zingara,
canta Iva Zanicchi. Le fa da controcanto una rediviva Nilla Pizzi in abito di seta blu.
Orietta Berti ha perso la voce, le danno una grappa ai frutti di bosco:
è abituata, beve di primo mattino.
Mino Reitano sbranato dal Male canta a squarcia gola un vecchio Hit di Albano:
Felicità!
L’infelicità del nuovo sottoproletariato, umiliando Pasolini,
si allea col fascismo militare e poliziesco: il manganello brilla all’orizzonte.
Canaglie in divisa, tutori del disordine, debolezza dell’Ordine Nuovo, gramsciano richiamo
all’ideologia senza idee, al settarismo senza setta, ai sette nani della minoranza strutturale,
La Patria, in mutande, è destrutturata dalla bruttezza feroce del Paese delle Meraviglie.
Alice non lo sa, ma il pesce piccolo ha mangiato il pesce grande,
stamattina, a colazione.

Incontinenza

Nel baratro profondo sento l’incontinenza di esprimermi.
Il flusso di parole sale come un magma, incessante, superfluo, inutile …
La prolissità del politico, la verbosità del miliziano, la logorrea del funzionario
mi umiliano.
Copro la pagina nuda di segni imprecisi come oscuri presagi …
Nella stanza spoglia mi tormenta la fissità della notte …
Una calza buttata per terra, una lampada ad olio, cataste di libri ingialliti,
polvere e grumi di ricordi, spiragli di futuro, ossessioni, manomissioni,
litanie coraniche …
Valuto come ipotesi la mia reale esistenza e come certezza la mia inutilità.
Il messaggio del mondo è chiaro: sono di troppo.
L’oscurantismo lefebvriano guida l’assalto alla Ragione.
Una Ragione appaltata al Ragioniere, piatta, ottusa, insensibile alla bellezza …
Una Ragione numerica, fredda, fissa, disarmante …
Fisso la crepa sopra la mensola e ci scivolo dentro, mi incuneo nel meandro, solitario …
Ho un mandato esplorativo: vado incontro al grande Nulla, all’assenza, all’incorporeo, alla mancanza …
Senz’anima attraverso il tempo e lo spazio vuoto …
Né uomini né foglie incontro solo stracci che volano ed epoche ed epopee …
Senza giudizio affronto il trapasso, avanzo gaglioffo.
Bevo un bicchiere di cherosene e uno di acquaragia, la sete mi tormenta
La sete di vendetta, la sete di verità…
L’equilibrio precario, il precariato, la mobilità sociale, l’immobilismo fattosi Stato…
Lo stato di fatto, una coppia di fatto, ho colto sul fatto due fedifraghi:
infagottati in lunghi cappotti scuri attraversano la città, abbracciati come due adolescenti:
come è stupido l’amore!
I figli affidati alla badante che appena bada a se stessa,
i coniugi affidati ad altre braccia:
la minestra riscaldata, il divano, la coperta,
un libro aperto appoggiato su una gamba,
il televisore a imbonire l’unità famigliare.
Il familismo, il nepotismo, il padre che sbrana il figlio,
la madre amica: più troia della figlia:
truccata oscenamente, una calza smagliata,
spompina per telefono, pettegola all’infinito.
Insulsa, frequenta il corso di salsa
mentre un mariachi tzigano, senza più chitarra, si butta via in un bar…
La farneticazione notturna offre infinite ipotesi,
infinite ipnosi e vomiti di incoerenza e di libertà.
L’espressività del mio demone mi spinge ai confini dell’assurdo,
oltre l’assurdo, al limitare della pazzia …
Solo la bellezza delle parole
mi consegna ad altre pagine, ad altre stagioni.



In morte di Eluana

Alla macellazione del corpo assistono in milioni.
Alla tumulazione due occhi da dietro alle persiane.
La neve imbianca il piccolo cimitero luterano.
Ancora prossima l’eco: panini,
mortadella per sfamare la partoriente…
agonizza sul letto d’ospedale, un calco d’ossa …
un sentimento lontano, un pensiero semplice, una bellezza andata …
bellezza che sopravvive ancorata ad una immagine, a una foto
che passa di mano in mano: lei che sorride: giovane.
Adesso è lì, un niente.
Se la natura potesse agire se la porterebbe via,
in un sentiero amniotico, colorato di luce. E sarebbe bellissimo.
La mantengono viva i fili, i tubi, le sonde. L’ottusità di uno Stato canaglia.
Ministri carogne, preti militanti, troie in carriera: la scienza e la vita,
assassini del sentimento, massacratori della pietà.
Il politico parla, seducendo: annuncia la morte, la dipartita.
Quasi un sospiro.
La signora al mio fianco piange, ho un conato di schifo per lei,
per noi, per tutti.
Il privato in pubblico l’ultima, eterna, umiliazione: il minuto di silenzio,
l’applausometro.
Mentre mi avvio verso casa un desiderio mi assale:
vorrei morire anch’io, subitaneamente.
Senza soffrire, in silenzio.
Mi addormento ed è già mattino.

martedì 7 aprile 2009

Il Parere sulla Finanziaria 2009 n°4

Il sistema delle autonomie locali è da sempre favorevole, a tutti i livelli, a un sistema politico che si fondi sull’alternanza delle maggioranze. Se si accetta questo principio la regola dovrebbe essere che la maggioranza che subentra non “butti dalla finestra” tutte le cose fatte dai predecessori – soprattutto in termini di riforme strutturali – e adatti le proprie politiche alle nuove esigenze dettate dal mutare dei tempi e delle condizioni. In riferimento alle grandi riforme il sistema delle autonomie ritiene che esse debbano essere fatte insieme – dalla maggioranza e dalla minoranza – affinché tali riforme durino nel tempo e siano pertanto efficaci.
Al tal proposito il Presidente della Regione, l’Assessore alla Programmazione e la Giunta hanno utilizzato, giustamente e con acutezza, alcune norme, previste dalla Finanziaria 2008 (art. 6 c. 1/3), per affrontare la crisi. Questa, al di là delle normali polemiche politiche, è un segnale di maturità istituzionale che dovrebbe costituire la regola e non l’eccezione nei rapporti fra maggioranza e opposizione in un sistema politico fondato sull’alternanza.
Secondo questo principio anche l’avversario ha diritto di cittadinanza all’interno delle istituzioni e della politica.
Altra prova di maturità data dalla Giunta Regionale è stato il mantenimento, previsto dal DL/Soru, della destinazione del Fondo Nazionale per la non autosufficienza (Legge Finanziaria 2009) così ripartito:
- 28.000.000 per l’assistenza domiciliare;
- 36.000.000 per i piani personalizzati per i disabili;
- 5.000.000 per il programma “ritornare a casa”
- 9.000.000 per le azioni di integrazione socio sanitaria;
- 48.000.000 per il finanziamento delle leggi di settore per i pazienti affetti da particolari patologie.
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Come detto in precedenza non si può valutare compiutamente la Finanziaria 2009 se non si inserisce la società sarda all’interno di una crisi che ha prima colpito i mercati finanziari e poi si è trasformata, a una velocità impressionante, in crisi economica e sociale.
L’Italia e l’Europa si trovano di fatto in recessione e bene fa la Giunta Regionale a non “nascondere la testa sotto la sabbia”. La crisi difatti non è “crisi psicologica”, né congiuntura economica sfavorevole, ma è crisi di sistema. Questa crisi ci costringe a ripensare noi stessi, i nostri valori di riferimento, il nostro modo di vivere e di produrre e, non da ultimo, il nostro modo di essere cittadini consapevoli e non solo “consumatori” di ambiente, di beni, di merci e di servizi.
La Giunta Regionale destina 52.300.000 per il primi interventi per far fronte all’emergenza sociale istituendo contestualmente l’Osservatorio Regionale sulla povertà volto ad individuare politiche efficaci di contrasto alla povertà in Sardegna. Il sistema delle autonomie, in particolare i Comuni, accolgono inoltre positivamente i 10.000.000 del “pacchetto anti-crisi” per l’implementazioni dei cantieri per l’occupazione a valere sull’art.94 della LR.11/1988.
Il Consiglio delle Autonomie Locali chiede, all’interno di questo parere, in maniera formale di poter partecipare a tale Osservatorio con propri rappresentanti.
Sul merito delle proposte per i primi interventi il Consiglio delle Autonomie Locali esprime un giudizio estremamente positivo, la cui efficacia sarà tuttavia misurata nei prossimi mesi a seguito delle prime applicazioni.
Il giudizio si trasformerebbe da positivo in ottimo se la Giunta Regionale decidesse, con una diversa destinazione di alcune risorse finanziarie della manovra di bilancio, la previsione del DL/Soru ovvero 44.000.000 di euro destinati al programma “Benvenuti bambini” per l’allattamento, la nutrizione e l’igiene del neonato nella misura massima di 1.800 euro annui. A ciò andrebbero aggiunti i 20.000.000 di euro con i quali si finanziava l’acquisto, la costruzione o il recupero della prima casa di abitazione secondo quanto previsto dal comma 16 dell’art. 6 del DL/Soru.
L’attenzione per i bambini, le nuove generazioni e le relative famiglie dovrebbero diventare patrimonio comune di tutto il sistema istituzionale sardo anche come azione di contrasto al fenomeno dello spopolamento che interessa gran parte dei piccoli paesi delle zone interne della nostra Regione.
I bambini, i giovani, le famiglie – per gli anziani e i disabili si interviene con il fondo sociale per la non autosufficienza – devono diventare il centro di ogni politica di un welfare moderno in una società sempre più vecchia, ripiegata su se stessa e con lo sguardo rivolto al passato anziché al futuro.

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Le considerazioni addotte nel paragrafo precedente ci portano a valutare attentamente le politiche sulla Conoscenza, sulla Pubblica Istruzione e sulla Università. Il sistema delle autonomie locali auspica infatti che l’attuale maggioranza in Consiglio Regionale mantenga alta l’attenzione su questi settori. Nell’ultimo quinquennio sono state impostate iniziative tese a porre il tema della conoscenza e dell’istruzione come centrali nel sistema sardo. La crisi economica mondiale ci sta insegnando che da essa usciranno indenni (o con meno danni) non i “più furbi”, ma i più istruiti, i più acculturati, i più preparati.
Il Consiglio delle Autonomie Locali ritiene che i programmi Master & Back (così come affermato dall’On.le Cappellacci nelle dichiarazioni programmatiche in Consiglio Regionale), Sardegna speaks english, i bonus per libri di testo e computer, l’integrazione per il tempo pieno in tutte le scuole ecc.ecc. siano mantenute all’interno della Legge Finanziaria.
Al tal proposito il Consiglio delle Autonomie Locali auspica che il Consiglio regionale approvi, nel più breve tempo possibile, la Legge sull’istruzione e la Formazione il cui testo base è rimasto fermo nella competente Commissione Consiliare per circa 3 anni nel silenzio di (quasi) tutti.
Un provvedimento legislativo, così come presentato dai proponenti, avrebbe consentito di stabilire a livello regionale i parametri di dimensionamento scolastico. Il Consiglio Regionale, maggioranza e opposizione concordi, hanno perso tempo a criticare il Governo Nazionale (intervenuto con la mannaia e attuando criteri aziendalistici) abiurando al proprio ruolo di legislatori che avrebbe consentito il mantenimento dei servizi scolastici anche nei comuni piccoli e piccolissimi contrastando attivamente il fenomeno dello spopolamento.

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La situazione che riguarda più da vicino il sistema delle autonomie locali è giudicata in maniera positiva poiché si mantiene pressoché inalterato il rapporto fra le risorse destinate al funzionamento dell’Amministrazione Regionale e quelle destinate agli Enti Locali.
Nel 2004 la Regione nel suo complesso assorbiva risorse pari a 712.577 milioni di euro contro i soli 319.158 milioni di euro destinati agli enti locali. Negli anni 2005-2006-2007-2008 il rapporto si è azzerato e poi capovolto. Nel 2008 l’Amministrazione Regionale assorbiva risorse pari a 499.652 milioni di euro rispetto ai 631.112 milioni di euro del sistema delle autonomie locali.
La previsione per il 2009 della Finanziaria della Giunta Cappellacci è 443.119 milioni di euro per la Regione e 654.024 milioni di euro per comuni e province. Questi dati dimostrano una attenzione maggiore, anche se non ancora a livelli ottimali, della Regione nei confronti del sistema locale in attuazione del Titolo V della Costituzione secondo il principio di sussidiareità. La parola “sussidiarietà”, significa “trasferimento ai governanti, non di un potere illimitato ma quantità di poteri strettamente necessaria al soddisfacimento dei bisogni dei consociati"”Il moderno concetto di sussidiarietà, fonda le proprie radici nella “Carta europea delle Autonomie Locali”, firmata a Strasburgo il 15 ottobre 1989. Le funzioni pubbliche, secondo il principio di sussidiarietà, spettano di regola ai soggetti che sono più vicini alla popolazione, e quindi, ai bisogni ed alle risorse, e solo in via di eccezione possono essere in capo a soggetti collocati in posizioni via via più distanti dalla comunità locale. Un concetto che implica due livelli di lettura: quello della sussidiarietà verticale (fra istituzioni pubbliche) e quello della sussidiarietà orizzontale (fra istituzioni pubbliche e società civile, organizzata nelle formazioni sociali).
Così come l’articolo 5 della Costituzione repubblicana introduce, in linea di principio, la garanzia di un’ampia libertà conferita alle diverse collettività territoriali nel perseguimento e nella gestione di interessi locali, mediante il riconoscimento di una posizione di autonomia in favore dei rispettivi enti esponenziali. Nell’articolo 5 il principio autonomistico non consiste solo in una risoluzione di intenti ma è elevato a principio fondamentale dell’ordinamento costituzionale: «La Repubblica, una ed indivisibile» insieme «riconosce e promuove» le autonomie ed il decentramento; si impegna, inoltre, ad «adeguare i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento». La proclamazione dell’autonomia costituisce il livello minimo di decentramento attuabile dall’ordinamento, in quanto rappresenta per i cittadini garanzia di democrazia e di libertà. Essa deve essere intesa non soltanto come un fine ma anche e soprattutto come un mezzo per riconoscere il valore delle singole persone ed assicurare la loro realizzazione attraverso la partecipazione alla vita sociale (art. 2 e 3 della Costituzione).
Il Fondo Unico per gli Enti Locali ammonta per l’anno 2009 a 580.000.000 di euro ed è suddiviso nel seguente modo:
- 510.300.000 per i Comuni (il 3% destinato al finanziamento delle funzioni in forma associata di cui alla L.R. n°12/2006)
- 69.700.000 per le Province.
A parere del Consiglio delle Autonomie Locali il fondo andrebbe suddiviso in maniera diversa per ragioni di ordine pratico e per ragioni di natura istituzionale.
Mantenendo la medesima dotazione finanziaria (eventualità che il Consiglio delle Autonomie non auspica, difatti se ne chiede l’aumento) il fondo andrebbe così ripartito:
- 494.991.000 per il Comuni
- 69.700.000 per le Province
- 15..309.000 per le Unioni di Comuni e Comunità Montane

Questa formulazione appare più chiara e rimanda ad una autonoma determinazione della Giunta Regionale circa i criteri di ripartizione dei fondi di cui alla L.R. n° 12 sulle funzioni svolte in forma associata. Così facendo verrebbe “istituzionalizzata” anche dal punto di vista finanziario la riforma introdotta dalla già citata Legge Regionale n° 12/2006. Tale legge, sia detto per inciso, è applicata solo parzialmente: la seconda parte dell’articolato, infatti, risulta essere stata solo una semplice enunciazione di principi a danno, quindi, dei comuni di più ridotte dimensioni.
A giudizio del Consiglio delle Autonomie Locali la dotazione finanziaria del fondo unico andrebbe ulteriormente implementata nelle parti riguardanti i Comuni e le Province, mantenendo inalterato il parametro 40% in parti uguali e 60% ripartito in base alla popolazione, in modo da garantire anche ai Comuni e alle Province di maggiori dimensioni adeguate risorse per far fronte ai trasferimenti di competenze stabiliti dalla L.R. n° 9/2006.
Il Consiglio delle Autonomie Locali propone che vengano stanziati ulteriori 25.000.000 per far fronte alle esigenze rappresentate. Tale richiesta non è di certo frutto di un capriccio, ma dalla ragionevole consapevolezza che gli Enti Locali, i Comuni in particolare, rappresentano “l’argine contro la povertà” erogando servizi essenziali e mantenendo rapporti diretti con le persone e le famiglie.
Il Consiglio delle Autonomie giudica altresì positivamente gli interventi previsti a favore degli Enti Locali e che riguardano la LR n°29/98 e la Lr n°37/98 con adeguate proroghe ai termini di impegno delle risorse finanziarie previsti dai commi 19/20 dell’art. 1 del DL.. Analogamente positiva la previsione del comma 25 dell’art. 1 riguardante i finanziamenti cencessi agli Enti Pubblici Territoriali a valere sulla programmazione comunitaria 2000/2006 non rendicontati entro i termini previsti al cui fabbisogno finanziario si farà fronte con la programmazione 2007/2013.
Il Consiglio delle Autonomie, sollecitato in tal senso da diverse amministrazioni comunali, chiede che tale proroga venga estesa anche ai fondi non spesi e posseduti dai Comuni, relativamente alla L.R. N°45/76 capo 1,2,3 consentendone l’impegno entro il 31.12.2009.

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Il Consiglio delle Autonomie auspica che all’interno della Legge Finanziaria trovino adeguata risposta anche le questioni relative al personale dei Consorzi industriali soppressi e non ancora “assorbiti”, per ragioni di spesa di personale e finanziarie, da parte dei Comuni sui quali detti Consorzi ricadevano.

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Per quanto concerne gli aiuti alle imprese, in un momento di crisi drammatica, il sistema della autonomie locali giudica positivamente la riduzione dell’1% dell’IRAP per quelle imprese che mantengano inalterati i livelli occupativi o che decidano di assumere nuovo personale. Altresì si giudicano positivamente gli interventi previsti ai sensi dell’art. 7 comma 47 della L.R. n°3/2008 sui Consorzi Fidi confidando, tuttavia, in un aumento delle risorse finanziarie previste dal DL in 19.000.000 di euro.
Il Consiglio delle Autonomie propone di incentivare con almeno cinque milioni di euro i cosiddetti mercati contadini nelle città e paesi di medie dimensioni per creare un sistema stabile di filiera corta per i prodotti agricoli della Sardegna. I mercati sarebbero costruiti dai Comuni e gestiti in intesa tra associazioni di categoria, organizzazioni dei produttori ed i GAL (in fase di costituzione con lo strumento del Pino di Sviluppo Rurale) che curerebbero la promozione dei centri e l'organizzazione dei produttori dei paesi aderenti.

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Il Consiglio delle Autonomie esprime invece molte perplessità a proposito dell’art. 4 comma 1 del DL Finanziaria 2009 definito dalla Giunta regionale “Piano straordinario di interventi per la valorizzazione delle risorse umane” stimato in 100.000.000 di euro. Entro 6 mesi la Giunta Regionale deve predisporre tale piano che prevede “il rilancio della formazione professionale quale crescita del capitale umano e collegamento col sistema produttivo”.
Per quanto riguarda la Formazione Professionale si potrebbe pensare a dei bonus verso le imprese che dimostrino di avere effettive esigenze formative, capovolgendo lo schema che vuole creare figure professionali che non abbiamo effettiva attinenza alle esigenze delle imprese stesse.
Il consiglio delle Autonomie Locali, come detto in precedenza, auspica l’approvazione, da parte del Consiglio Regionale, di una Legge sulla Istruzione e sulla Formazione solo a quel punto potrà esserci un intervento di così ampia portata. Si dovrebbe evitare, con un progetto legislativo serio e condiviso, tutte le disfunzioni del passato del sistema formativo. Un sistema formativo che pensava più e se stesso che alle imprese e ai lavoratori.
Le ingenti risorse destinate in questa fase, in assenza di una riforma credibile della scuola e del sistema formativo (partecipata, discussa e possibilmente condivisa) potrebbero andare finanziare il Fondo Unico per gli Enti Locali 25.000.000, gli interventi a favore della natalità 40.000.000, l’acquisto, la costruzione o il recupero della prima casa di abitazione per 20.000.000 di euro, gli aiuti alle imprese (consorzi fidi) 10.000.000 di euro e un provvedimento per i cd “mercati contadini” per 5.000.000 di euro.

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Analogamente, si esprimono forti perplessità sulla soppressione dell’imposta di soggiorno – facoltativa per il comuni – e delle tasse sugli approdi di unità da diporto ed aerei ad uso privato. Tale materia, infatti, investe non solo il merito delle questioni, ma anche e soprattutto il grado di autonomia che la Regione intende esercitare in materia di imposizione fiscale alla luce di quanto il Parlamento ha sancito in termini di Federalismo fiscale. La materia, a giudizio del Consiglio delle Autonomie, merita un reale approfondimento sui contenuti e sui principi sollecitando, ancora una volta il dibattito, la partecipazione e il confronto.

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Tutto ciò considerato il Consiglio della Autonomie Locali della Sardegna, con grande senso di responsabilità, esprime parere POSITIVO sul Disegno di Legge concernente “Disposizioni per la formazione del Bilancio annuale e pluriennale della Regione” (Legge Finanziaria 2009) auspicando l’accoglimento delle modifiche proposte che troverebbero adeguata copertura con la le modifiche delle previsioni di cui all’art.4 del DL della Giunta Regionale.
Il Relatore
Emiliano Deiana
Sindaco di Bortigiadas

Parere sulla Finanziaria 2009 n°3

INTRODUZIONE AL PARERE
A nessuno sfugge che lo sviluppo della Sardegna passa necessariamente dall’aumento della coesione sociale e della coesione territoriale. Tutte le analisi socio-economiche confermano che esistono vari tipi di “Sardegna”: a) le aree urbane; b) le aree costiere; c) le aree interne d) le aree insulari.
Nelle aree urbane, dove vive la maggioranza della popolazione sarda, si annidano, oltre a grandi opportunità, anche sacche sempre crescenti di povertà, di disagio e di emarginazione. Il lavoro, la casa e un nuovo sistema di welfare e di protezione sociale rappresentano le grandi emergenze dei contesti urbani. Nelle aree costiere, dalla seconda metà degli anni ’60, insieme allo sviluppo turistico, è nata un’economia, legata soprattutto all’edilizia, che ha tratto grande giovamento da questa espansione. Troppo spesso si è confuso il cemento con il turismo, ma tutto sommato il settore ha rappresentato negli anni un importante volano di sviluppo. Nelle aree interne, salvo qualche raro esempio, si assiste a un lento quanto inesorabile fenomeno di “desertificazione umana”. Paesi di anziani, senza futuro, i pochi giovani cercano fortuna altrove sperimentando una nuova stagione di emigrazione. Nelle aree insulari i problemi di continuità territoriale, di assenza di fondamentali presidi e servizi, la mancanza di lavoro e la presenza di fattori esterni (Vedi, nel caso dell’isola della Maddalena, la presenza per decenni di servitù militari) aumentano le normali difficoltà entro le quali le amministrazioni si trovano ad operare.
Il sistema delle Autonomie Locali richiama la necessità di una maggiore coesione territoriale e sociale per immaginare la Sardegna come Regione d’Europa e del Mediterraneo.
Da questo punto di vista il Consiglio delle Autonomie Locali ritiene che la “Regione”, nella sua interezza debba rafforzare la propria capacità di investire con maggiore decisione sul sistema delle Autonomie Locali come motore di sviluppo nei territori, riservando a se stessa la capacità di sintesi e di elaborazione di strategie complessive di più ampio scenario.

IL PARERE

La Giunta Regionale evidenzia, assai propriamente, al Punto 1 del Documento Annuale di Programmazione Economico e Finanziario 2009, che tale strumento ha il compito di aggiornare il Programma Regionale di Sviluppo approvato nella passata legislatura. L’attuale maggioranza pertanto si trova da un lato nella impossibilità di portare modifiche sostanziali al PRS 2005/2009 e dall’altro nell’urgenza di approvare lo strumento di Bilancio.
Il Presidente della Regione ha rimandato pertanto – come annunciato nelle dichiarazioni programmatiche – al nuovo Programma di Sviluppo Regionale 2010-2014 le linee guida sulle quali incardinerà la propria azione di governo; il PRS sarà presentato al Consiglio entro l’anno 2009.
L’On.le Cappellacci ha infatti dichiarato nella replica dinanzi al Consiglio Regionale che per l’elaborazione del PRS intende avviare da subito “l’apertura della fase di ascolto e di partecipazione dei principali attori locali del nostro territorio che si articolerà in riferimento a tre momenti significativi: a) la formale istituzione della Conferenza permanente delle principali rappresentanze delle autonomie locali e funzionali che accompagnerà l’intero processo con compiti di indirizzo e verifica di coerenza; b) l’organizzazione di otto conferenze strategiche (una per Provincia) per l’approfondimento e la condivisione dei possibili scenari dello sviluppo degli otto ambiti della nostra regione; c) l’organizzazione di una conferenza strategica regionale con il compito di fare sintesi e portare a coerenza i risultati delle otto conferenze territoriali e porre le basi per la stesura del PRS”.

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Il DL/Soru del 17 novembre 2008 prevedeva una manovra complessiva di 8.266.799 milioni di euro a fronte degli 8.329.655 del DL/Cappellacci ( + 62.853 milioni di euro).
Analizzando nel dettaglio i dati delle diverse strategie si evince che da punto di vista finanziario la Giunta dell’On.le Soru aveva previsto maggiori risorse nei settori: Istituzionale (+5.791 milioni di euro), Conoscenza (+26.060 milioni di euro), Beni Culturali (+3.540 milioni di euro), Ambiente e Governo del Territorio (+23.872 milioni di euro), Sanità e Politiche Sociali (+52.362).
Al contrario il DL presentato dalla Giunta dell’On.le Cappellacci segna un saldo positivo sulle strategie Sistemi produttivi e Occupazione (+9.590 milioni di euro) e Reti Infrastrutturali e mobilità (+34.875 milioni di euro).
Le somme non attribuibili sono stimabili nel DL/Soru in 1.629 milioni di euro e nel DL/Cappellacci in 1.759 milioni di euro (+62.853 milioni di euro).
Una prima lettura critica di questi dati dimostra, al di là dell’efficacia delle politiche, una maggiore attenzione per le politiche della conoscenza e del welfare nel DL/Soru e una maggiore “predisposizione” per le politiche a favore delle imprese e per le infrastrutture nel DL/Cappellacci.
Ad onor del vero occorre dire che il DL/Soru nasceva alla fine di una legislatura, con un impianto normativo consono alle politiche proposte mentre il DL/Cappellacci nasce all’inizio di una legislatura senza quel complesso di norme che consenta di dispiegare al meglio le idealità e le prospettive programmatiche. Ecco perché è necessaria l’approvazione partecipata del PSR 2010/2014 per valutare al meglio le norme proposte nel Disegno di Legge sulla Finanziaria 2009.
Al comma 1 dell’art. 1 il DL/Cappellacci, in luogo dell’anticipazione sulle entrate fiscali della Regione ai sensi dell’art. 1 commi 834 e seguenti della Legge 296 del 27 dicembre 2006, prevede la contrazione di mutui per 500.000.000 di euro. Tale previsione risulta corretta a seguito della sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il ricorso alle anticipazioni di entrate future. I finanziamenti conseguenti sono contenuti nella Tabella E allegata al DL in esame.
Tuttavia occorre ricordare che il sistema delle autonomie locali ritiene che un Bilancio Regionale sano e i conti in ordine siano una condizione necessaria, benché non sufficiente, per attuare politiche adeguate a fronteggiare la crisi economica e sociale e le sfide imposte dalla società post-moderna. L’invito che il Consiglio delle Autonomie promuove è quello di ricorrere all’indebitamento solo nei casi assolutamente necessari e preferire a ciò il contenimento della spesa.
In un periodo di crisi come quello in cui viviamo il Consiglio delle Autonomie promuove una politica sobria, in armonia con una società che si vuole rappresentare sia a livello locale che a livello regionale. Il sistema delle autonomie invita, in nome della “buona politica”, il Consiglio Regionale a ripensare se stesso, il suo ruolo, le sue funzioni, il suo rapporto col complesso della società sarda, con gli enti locali, con le organizzazioni sindacali e con le forze imprenditoriali. La “ribellione” contro la casta impone una severa analisi sui costi della politica e non da ultimo una seria valutazione su una drastica riduzione del numero dei Consiglieri regionali e dei relativi emolumenti. In Sardegna c’è un Consigliere Regionale ogni 19.413 abitanti mentre in Emilia Romagna, ad esempio, il rapporto e di uno ogni 83.000 abitanti. In Sardegna i Consiglieri Regionali sono 80 mentre in Emilia Romagna sono “appena” 50.

Parere sulla Finanziaria 2009 n°2

LA CRISI
Lo tsunami che, partito dagli Stati Uniti, investe oggi tutto il globo potrebbe rivelarsi come la più devastante crisi finanziaria della storia del capitalismo, superiore per intensità ed estensione alla crisi del ’29. Il mondo ha toccato con mano gli effetti della liberalizzazione dei mercati finanziari, ma forse non l’ha del tutto compresa: molti tardano a prendere atto l’attuale sindrome, se non curata radicalmente tenderà inesorabilmente a ripresentarsi.
Quali sono state le cause (e i responsabili) di questo sommovimento, quali conseguenze possiamo aspettarci e quali possibili soluzioni e strumenti di intervento si intravedono? La distribuzione attesa degli effetti della crisi tra paesi e, all’interno di ciascuno, tra le classi sociali, il ruolo dello Stato nella regolazione e nel crisis management, i compiti e le possibilità della politica di massa e di governo nell’influenzare e nel dirigere le politiche di contrasto all’anarchia capitalistica sono punti tanto cruciali quanto controversi dell’attuale dibattito pubblico nazionale e internazionale.
Il primo tema è la dinamica della crisi. In questi giorni si sprecano i confronti tra la situazione attuale con la crisi del 1929. Alla luce degli insegnamenti del passato, una crisi finanziaria evolve attraverso una sequenza cumulativa di quattro fasi di gravità progressiva: 1) esplosione della bolla finanziaria, da cui ha origine la crisi; 2) blocco dei mercati finanziari e conseguente crisi della borsa; 3) stagnazione dell’economia reale a fronte della perdita di valore della ricchezza posseduta dagli operatori e della stasi delle spese dei consumatori (che vedono la loro ricchezza ridursi) e delle imprese (le cui prospettive di espansione si ridimensionano alla luce delle congiuntura negativa in atto); 4) recessione, se spese, produzione, redditi e occupazione iniziano a decrescere in un inarrestabile circolo vizioso. Le prime due fasi sono dovute all’incapacità dei mercati finanziari di autoregolamentarsi; la terza è la conseguenza, sul terreno dell’economia reale, di quanto è accaduto nel sistema finanziario; la quarta è l’incubo che va evitato ad ogni costo.
Nella crisi del ’29 il passaggio dalla terza alla quarta fase fu facilitato da tre errori di politica economica, donde l’ormai abituale ritornello, inventato da Milton Friedman, secondo il quale la crisi non dipese dal fallimento del mercato finanziario, al quale fece seguito il fallimento dei mercati reali, ma dagli errori di politica economica, in particolare dal mancato intervento delle autorità monetarie statunitensi dell’epoca a sostegno dei mercati finanziario e azionario in crisi di liquidità. Altri studi, meno unilaterali, hanno sottolineato il ruolo che nel passaggio dalle prime fasi a quelle successive fu svolto dalla riduzione dei salari e dei prezzi. La riduzione dei salari si trasmise all’economia reale in forma di minore domanda di merci e la riduzione dei prezzi spinse le famiglie a differire gli acquisti di molti beni di consumo durevoli, data l’aspettativa di un ulteriore calo dei prezzi.
Nella crisi attuale il primo errore è stato evitato: tutte le banche centrali hanno immesso liquidità nei sistemi finanziari. Ciò non è stato sufficiente a evitare il passaggio alla seconda e alla terza fase della crisi, in quanto la caduta della fiducia ha pesantemente ridimensionato le operazioni finanziarie tra privati. Intervenendo direttamente sulla capitalizzazione delle banche e sui canali di credito le banche centrali stanno ora cercando di evitare la quarta fase della crisi. L’individuazione, sia pure per sommi capi, degli errori che la politica economica fece negli anni trenta ci permette di formulare tre indicazioni programmatiche o, se si preferisce, tre auspici:
1) a livello nazionale va evitata a ogni costo la riduzione dei salari e dei prezzi che, oltre a spingere le famiglie a rinviare le spese, mettono in difficoltà le imprese indebitate. Nel mondo, almeno per ora, ciò non è avvenuto. Bisogna però stare attenti che in Italia i politici non puntino alla deflazione, con la scusa della difesa della competitività.
2) negli anni trenta negli Stati Uniti furono intraprese le politiche del New Deal. A livello europeo, il piano Delors quasi 20 anni fa proponeva un programma di politica economica che si muoveva in una direzione abbastanza simile, basato su misure di incentivazione della domanda globale (costruzione di infrastrutture e consolidamento del welfare) e su politiche dell’offerta, orientate all’aumento della produttività, soprattutto attraverso l’innovazione e la formazione di capitale umano. L’attuazione di tale programma avrebbe rafforzato la stentata crescita che si è avuta nell’economia europea nell’ultimo ventennio. Ma il piano Delors fu messo rapidamente in sordina e sostituito con il cosiddetto “programma di Lisbona”, che ha messo da parte le misure di incentivazione della domanda e già questo rischia, nelle condizioni attuali, di creare una situazione recessiva.
Per di più, in Italia l’applicazione della strategia di Lisbona è a dir poco parziale: sono state completamente trascurate le spese per l’innovazione e la ricerca (il dato italiano si ferma a un terzo dell’obiettivo europeo) e sono state ridotte le spese per l’istruzione. Occorre uno sforzo, e non da poco, culturale anzitutto e quindi politico, per sostenere la necessità che tali spese siano sostenute e incrementate. Così come occorre battersi affinché gli impegni per l’ambiente siano mantenuti e non rinviati sine die con la scusa della crisi economica e la sopravalutazione delle spese necessarie. E’ bene sapere che ci si troverà di fronte al solito alibi del debito pubblico, che, come insegna la storia del “tesoretto”, emerge ogni qualvolta si prospettano spese che vanno a favore dei lavoratori e scompare d’incanto quando le spese vanno a sostegno dei profitti;
3) a livello mondiale va sostenuta con forza l’esigenza che si costituisca una Banca centrale mondiale, come era stato auspicato a suo tempo da Keynes e come molti economisti, in primo luogo Stiglitz, vanno sostenendo da anni. Non si tratta di un terreno sul quale l’Italia possa agire da sola, ma ora che in Europa c’è chi lo auspica, occorre suscitare il massimo appoggio perché il mondo esca dalla crisi finanziaria con un organo preposto al controllo dei mercati finanziari globali e in grado di assumersene la responsabilità.
Le dimensioni e gli impatti attesi della crisi inducono a ripensare dalle fondamenta anche il complesso nodo del welfare nei sistemi di capitalismo maturo, con rinnovata attenzione alle condizioni di contesto. In paesi come il nostro lo stato sociale è stato oggetto, nel corso degli ultimi decenni, di un duplice processo di delegittimazione. Una prima volta, a partire da metà degli anni settanta, sull’onda di un’offensiva neoliberista di portata internazionale, che non si è limitata a contestarne la responsabilità primaria nell’espansione incontrollata della spesa pubblica (alla radice di una destabilizzante crisi fiscale dello Stato), ma anche l’inefficacia e l’iniquità distributiva, di cui si sarebbero giovate le ipertrofiche burocrazie del welfare e le clientele politiche. Una seconda volta, lo stato sociale è stato delegittimato con più evidenza dopo la rottura sistemica del 1992/1993 quando le– parole d’ordine erano:“dal welfare delle garanzie a quello delle opportunità”, “meno previdenza e più assistenza”, “meno ai padri e più ai figli”, “meno Stato e più mercato (e settore non profit)”, quali idee forza per il riordino dell’intero sistema.
Questi temi sono indubbiamente rilevanti, e per l’intrinseca complessità meritano di essere approfonditi mediante un’indagine rigorosa e una più attenta riflessione da porre alla base di un discorso pubblico rinnovato e responsabile, capace di farsi carico dei nodi della transizione dal vecchio modello fordista ad uno nuovo equilibrio tutto da riprogettare. Per contro, l’adesione acritica a un’agenda da ben altri interessi definita ha contribuito a giustificare tagli a pioggia e programmi di ridimensionamento indifferenziato della spesa sociale. Conservatori sono stati definiti quei lavoratori così debolmente “garantiti” da non poter più correre il rischio di ulteriori decurtazioni delle proprie garanzie, faticosamente conquistate negli anni. Ricordiamo che l’inflazione ha eroso sensibilmente tali garanzie, che di fatto sono ormai fornite essenzialmente in ambito familiare proprio, per supplire alle macroscopiche carenze e storture di questo stato sociale, per soccorrere i figli e gli anziani, ovvero i membri del proprio nucleo familiare non ancora o non più protetti.
Ripensare il ruolo dello Stato in un diverso welfare, capace di fronteggiare la crisi e promuovere sviluppo, impone dunque in primo luogo una consapevolezza piena di ciò che va conservato e ciò che va rinnovato. Nel caso italiano, sarebbe un tragico errore cercare di demolire (dopo la scuola…) un sistema sanitario pubblico riconosciuto tra i più efficaci ed efficienti del mondo.
Riformare l’assistenza, a fronte di circa un quarto della popolazione al di sotto o ormai prossima alla soglia di povertà, comporta soprattutto un’azione di riordino, concentrazione e semplificazione delle provvidenze economiche già erogate (e ancora da investire) nella prospettiva di garantire – in un’ottica di redistribuzione ed eguaglianza delle opportunità – un reddito minimo di cittadinanza erogato su base universalistica. Ove ciò non avvenga, si produrrebbero conseguenze quantomeno destabilizzanti in un futuro non troppo remoto e a dir poco inquietante, ove si considerino la riduzione della base occupazionale, la crescente precarietà e fragilità dei percorsi lavorativi, il sovraccarico ormai prossimo al crollo delle reti familiari di aiuto.
Per costruire nuovi livelli di sicurezza sociale – a garanzia di rischi esiziali quali un drastico impoverimento, ancorché temporaneo, o la perdita dell’autosufficienza – è forse venuto il tempo di tornare a considerare tutte le potenzialità di meccanismi di assicurazione obbligatoria ad ampia suddivisone dei rischi. E non è detto che i nuovi livelli di vulnerabilità cui la crisi espone anche larghe fasce di ceti medi non inducano a ritrovare, in una comune condizione di rischio, la legittimazione necessaria alla ricostruzione di uno Stato sociale sicuramente più leggero di quello del passato, ma nondimeno impegnato a garantire su base universalistica gli interventi essenziali.
Tutto ciò richiede una non indifferente redistribuzione del reddito, da attuare con strumenti fiscali. Dunque è di primaria importanza ripensare un sistema di tassazione che preveda imposte con aliquote fortemente progressive, e una seria lotta all’evasione. Nell’attuale situazione di crisi esiste il fondato timore che le spese per tamponare l’emergenza finanziaria siano sottratte alla spesa sociale. E’ importante battersi perché ciò non avvenga.

Il parere sulla Finanziaria 2009 n°1

Consiglio delle Autonomie Locali della Sardegna
Parere sul Disegno di Legge concernente “Disposizioni per la formazione del Bilancio annuale e pluriennale della Regione” (Legge Finanziaria 2009)

PREMESSA

Il presente parere del Consiglio delle Autonomie Locali della Sardegna sul Disegno di Legge “Disposizioni per la formazione del Bilancio annuale e pluriennale della Regione” (Legge Finanziaria 2009) “soffre” della particolarità con la quale tale provvedimento ha visto la luce: il cambio di maggioranza, a seguito della recente consultazione elettorale del 15 e 16 febbraio, la proclamazione del nuovo Presidente – On.le Ugo Cappellacci -, la nomina della Giunta, l’insediamento del Consiglio e la composizione delle commissioni consiliari hanno sicuramente determinato un netto cambio di strategia, di programmi e di politiche rispetto al recente passato.
Da un lato il Disegno di Legge nasce, come si evince dalle relazioni e dal Documento Annuale di Programmazione Economico e Finanziario, con l’esigenza di evitare il quarto mese di esercizio provvisorio e per consentire il pieno funzionamento della “macchina amministrativa”; dall’altro la Finanziaria 2009 ha l’ambizione di dare le prime risposte a una crisi economica e sociale che colpisce strati sempre maggiori della società sarda.
Se si volesse riassumere con un aggettivo questo Disegno di Legge, l’aggettivo sarebbe “urgente”. Urgente la predisposizione, urgente l’esame, urgente l’approvazione. Il Consiglio delle Autonomie non vuole sottrarsi a questa urgenza e con altrettanta sollecitudine ha analizzato il testo proposto e gli allegati tecnico-finanziari.

METODOLOGIA

Il Consiglio delle Autonomie Locali, che già nella passata legislatura aveva sollevato la questione della sostanziale inefficacia della propria funzione consultiva sulla manovra finanziaria e di bilancio nei ristretti termini imposti dalla legge e sulla prima stesura del testo anziché su quello esitato dalla preposta commissione consiliare, ha accolto positivamente il metodo della concertazione che, peraltro, fatta salva la funzione consultiva, istituzionalmente dovrebbe trovare sede nella conferenza permanente Regione Enti Locali, e con tale spirito propositivo si è presentato all’incontro convocato dalla Giunta.
Ferme restando le considerazioni sull’urgenza del provvedimento si sottolinea che il metodo concertativo non deve mai ridursi a semplice “incontro tra le parti” dove c’è chi illustra e chi ascolta. Il metodo concertativo si fonda sul dialogo, sulle proposte, talvolta sullo scontro e talvolta sugli opportuni compromessi. La concertazione raggiunge i suoi livelli più alti quando chi governa dimostra più la propria capacità di ascolto rispetto agli interlocutori che la capacità (fondamentale e necessaria) di esposizione dei propri provvedimenti e delle proprie convinzioni.
Il Presidente della Regione On.le Ugo Cappellacci ha affermato nella sua replica alle dichiarazioni programmatiche davanti al Consiglio Regionale che “la vera grande idea è: creare le condizioni per agevolare e facilitare la produzione di idee attraverso nuove forme di Governo allargato e di interazione tra i soggetti istituzionali e quelli del mondo economico, sociale, culturale e associativo”. Aggiungendo poi che: “le forme di democrazia partecipata non possono in alcun modo sottrarre ruolo e responsabilità a chi ha ricevuto dai cittadini un formale mandato di governo della nostra Regione. (…) Spetterà sempre alla politica e soprattutto a chi ha responsabilità di governo il compito di arrivare a formulare le sintesi, le mediazioni, le scelte di governo che devono guidare lo sviluppo”.
Il sistema delle autonomie locali in tutto il mondo pratica e applica continuamente la metodologia partecipativa rispetto alle scelte di governo locale perché “è nella originalità delle nuove forme istituzionali che risiedono le potenzialità di emancipazione ancora presenti nelle società contemporanee. Tali potenzialità per realizzarsi devono essere in rapporto con una società che accetti di rinegoziare le regole della socializzazione, con la convinzione che la grandezza di una comunità risieda nella capacità di inventare e non di copiare”.
Il Consiglio delle Autonomie esprime pertanto apprezzamento per le enunciazioni del Presidente della Regione aspettando tuttavia successivi atti e applicazioni di tale metodologia, evitando di esprimere giudizi che non siano esclusivamente sul merito delle questioni rifuggendo contrapposizioni ideologiche e/o di parte.

***
La Commissione del Consiglio delle Autonomie che ha studiato il testo del Disegno di Legge sulla Finanziaria 2009, alla luce di quanto detto in premessa, ha utilizzato la seguente metodologia:
a) Analisi del Programma di Legislatura presentato al consiglio Regionale dal Presidente della Regione On.le Ugo Cappellacci;
b) Analisi della replica del Presidente al dibattito sulle dichiarazioni programmatiche;
c) Analisi del Documento Annuale di Programmazione Economico e Finanziario;
d) Analisi del Testo del DL Finanziaria 2009;
e) Raffronto fra il DL approvato dalla Giunta Regionale in data 17 novembre 2008 (Giunta Soru) con quello approvato in data 26 marzo 2009 (Giunta Cappellacci).

Il raffronto di cui al punto e) è stato necessario attuarlo per avere un termine di paragone sia dal punto di vista strettamente “numerico” e finanziario che dal punto di vista del cambio di strategie che la nuova maggioranza intende promuovere in questa legislatura.

giovedì 2 aprile 2009

NOT


martedì 31 marzo 2009

Parlando del naufragio della London Valour

Nuova tragedia del mare tra l'Africa e l'Italia: due barconi carichi di migranti sono affondati. A bordo c'erano centinaia di disperati e quasi tutti sono al momento dati per dispersi dai guardacoste libici che stanno conducendo le operazioni di soccorso. Le informazioni sull'accaduto sono ancora confuse. Si parla - a quanto riferito alla Reuters da funzionari locali - di quattro imbarcazioni in difficoltà non lontano dalla costa della Libia. Di queste due sono sicuramente affondate. Delle altre due non si sa niente, anche se il ministero dell'Interno libico ha reso noto che una nave cisterna italiana ha salvato 350 clandestini che si trovavano a bordo di una imbarcazione alla deriva. Per il momento sono state tratte in salvo 23 persone mentre di altre 21 sono stati recuperati i corpi senza vita. I dispersi: considerando che su una imbarcazione affondata si trovavano 253 persone e sull'altra 365, sono pertanto più di 500. Secondo quanto ha reso noto l'agenzia egiziana Mena, tutti i clandestini - molti dei quali di nazionalità egiziana - erano diretti in Italia. Una delle imbarcazioni era partita da Sid Belal Janzur, un sobborgo di Tripoli e dopo tre ore di navigazione il battello è affondato 30 chilometri al largo della Libia. Delle altre i libici affermano di non avere certezza del luogo di partenza. Quanto al salvataggio effettuato da una nave italiana, resta qualche incertezza. Fino alla tarda serata - secondo quanto si è appreso - sia del naufragio sia del soccorso da parte di una nave cisterna non era giunta alcuna segnalazione alle autorità italiane competenti per la ricerca e il soccorso in mare. L'ennesima tragedia sulla rotta tra la Libia e la Sicilia non ha comunque fermato i viaggi della disperazione verso l'Italia: oltre 400 extracomunitari sono approdati infatti nelle ultime ore sulle coste della Sicilia orientale, dopo i 222 giunti ieri a Lampedusa. Sbarchi che, ha assicurato il ministro dell'Interno Roberto Maroni, "termineranno il 15 maggio prossimo, quando entrerà in vigore l'accordo siglato dal governo italiano con quello libico sul pattugliamento congiunto delle coste".

venerdì 27 marzo 2009

Renato Soru, Sardegna Democratica

Cari amici,
scusate se per alcune settimane ho sentito la necessità di prendere una pausa, di riordinare le idee, di riflettere su come ripartire. Come forse molti di voi sanno, rientro nel cda di Tiscali per dare il mio contributo al rilancio e alla messa in sicurezza della società. E’ una responsabilità che ritengo di avere verso questa impresa - che ho fondato e che cinque anni fa ho lasciato per dedicarmi esclusivamente alla politica - verso la sua possibilità di crescita, i suoi finanziatori e verso le persone che ci lavorano. Tuttavia, come avrete visto e letto, continuo il mio impegno in politica attraverso la presenza in Consiglio regionale, ma più che mai consapevole che è necessario radicare nella società sarda e in tutti i territori della Sardegna il progetto di cambiamento avviato in questi ultimi cinque anni, per un rinnovamento della politica nelle diverse forme di partecipazione, discussione, formazione e selezione della futura classe dirigente. Da parte mia continuerò l'impegno nella costruzione di un vero Partito Democratico sardo insieme a chi in questo si riconosce: un partito che dovrà essere capace di rappresentare in modo autorevole le istanze della Sardegna, prima fra tutte la difesa del suo irripetibile ambiente, da noi tutelato perché unica ricchezza di cui disponiamo per costruire opportunità di lavoro e di benessere. In questa recente campagna elettorale è emersa però, in maniera persino sorprendente, la volontà di partecipare di tanti giovani, di tante persone finora distanti dalla politica perché non motivati dagli attuali modelli e assetti dei partiti, ma assolutamente disponibili ad impegnarsi nel dibattito, nella necessità di difendere l’idea di una Sardegna dei diritti e delle responsabilità, totalmente alternativa a quella di Berlusconi e della sua maggioranza nella nostra regione. E’ il momento di organizzare queste energie e questa appassionata volontà di partecipazione. Con diversi amici abbiamo deciso di proporvi la costituzione di un’associazione che chiameremo Sardegna Democratica, attraverso la quale organizzare i nostri incontri, la discussione, il lavoro di approfondimento delle nostre proposte, la vigilanza attiva e il controllo democratico dell’attività di governo della destra. Potremo tenerci in contatto attraverso questo sito, che deve evolvere in una vera e propria rivista oltre che nella prima fonte di documentazione e informazione per tutti. Ma il lavoro più importante sarà quello che ciascuno di noi potrà fare attraverso l’apertura di sedi di incontro in ogni provincia e paese della Sardegna: sedi anche informali, non per forza stabili, ma che ci diano la possibilità di ritrovarci e confrontarci. Sardegna Democratica sarà l’associazione con cui costruire la rete territoriale per l’incontro di un’area più vasta, comprensiva dell’intero centrosinistra e del sardismo diffuso. Il recente esito elettorale non ha intaccato la volontà di affrancamento e di emancipazione del popolo sardo, non ha scalfito la nostra storica aspirazione di autodeterminazione, non ha messo in secondo piano la necessità sempre viva di uscire dal ritardo di sviluppo assumendoci la nostra diretta responsabilità e non affidandoci a qualcuno che lo faccia per noi. Dobbiamo insieme proseguire il percorso, comprendere il valore del cambiamento impresso in questi anni e da cui non vogliamo recedere, considerando questa una pausa per ripartire con nuova forza e determinazione. L’associazione Sardegna Democratica sarà la testimonianza che negli uomini e nelle donne del centrosinistra c’è una profonda ed irriducibile volontà di non perdersi nel momento di difficoltà e di superare questa fase di smarrimento a partire dalle migliori energie e intelligenze della nostra isola. Facciamo dunque il primo passo: incontriamoci sabato pomeriggio alle 15.30 all'Hotel Rosy di Sanluri (SS 131 km 41), per proseguire il nostro percorso insieme.
Renato Soru

Robert Gligorov


Il Caimano

Dalla discesa in campo alla salita sul predellino. La parabola di Silvio Berlusconi si potrebbe sintetizzare così. Eppure ne sono successe di cose da quel lontano 1994 in cui gli italiani cominciarono a conoscere la faccia del Cavaliere (con annessa libreria posticcia sullo sfondo) fino ad oggi, alla vigilia del battesimo del Pdl. Il contenitore unico del centrodestra che ha inglobato An e si prepara a festeggiare, in pompa magna, la sua nascita. Con tanto di banda musicale. Quindici anni di cambiamenti, di partiti nati e spariti, di leader inventati e bruciati. Quindici anni la cui comprensione, però, non può prescindere da Silvio Berlusconi. E' lui l'unica costante immutabile della scena politica. Più di Prodi, che pur l'ha sconfitto due volte. Più di Fini,"il politico di professione" relegato a eterno numero due. Piaccia o non piaccia gli ultimi 15 anni hanno avuto come costante il Cavaliere. Da Forza Italia, alla Casa delle libertà, al Pdl. Al comando sempre un solo uomo: Berlusconi. E anche oggi, mentre il Pdl sta per nascere, non si può dimenticare che l'atto fondativo della nuova forza politica risiede nel balzo del premier sul predellino di una macchina tra la folla che lo ascoltava in piazza San Babila. Congressi? Ma quando mai. La storia è Forza Italia è un continuo slittare o derubricarli a semplici Consigli Nazionali. Voti? Mozioni? Macché. mai nessuno, in Forza Italia, ha osato mai proporre un documento di critica al Cavaliere. E di un voto non c'è mai stato bisogno: bastava l'acclamazione. Persino le parole sono rimaste le stesse. Quelle del '94 della scesa in campo, Berlusconi le ha riutilizzate, nel 2008, al termine del consiglio nazionale che sancì la confluenza di Fi nel Pdl. A Berlusconi bastarono dieci minuti e le stesse parole del '94. Come dire: nulla è cambiato, in primis il Cavaliere.
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Ma vale la pena di partire da lontano. Tornare con la memoria agli ultimi mesi del '93 quando si diffondono le voci del probabile ingresso in politica del Cavaliere. Lui smentisce, ma la cassetta con il famoso discorso del "Paese che amo" è già pronta. Gli italiani si trovano davanti ad un nuovo modo di fare politica. Fatto di sondaggi, sorrisi, spot televisivi usati a piene mani. Il Cavaliere guida uno schieramento che lo vede al nord alleato con Ccd e Lega (Polo delle libertà), al centro-sud con Ccd e An (Polo del buon governo) e vince, travolgendo "la gioiosa macchina da guerra" messa in piedi dall'allora segretario del Pds Achille Occhetto. Ma dura poco. Arriva il famoso avviso di garanzia durante il vertice di Napoli, Bossi si impunta sulle pensioni e il governo cade. E' l'inizio di una "guerra" contro la magistratura che segna il Dna di Forza Italia. Una vera e propria ossessione quella di Berlusconi: "La giustizia va riformata". Al governo va Prodi e il Cavaliere prepara la rivincita. Forza Italia cambia statuto e diventa un partito. Leggerissimo, per la verità. Di plastica, dicono i detrattori. Di sicuro saldamente identificato con il suo leader. Lo stesso di sempre. Che ne diventa presidente del 1998. Ovviamente per acclamazione. "Siamo un partito liberaldemocratico, popolare, cattolico, laico e nazionale" scandisce Berlusconi. Che, un anno più tardi, vede Forza Italia entrare nel Ppe. E' il momento del primo cambio di nome. Nel 2000 nasce la Casa delle libertà. In pratica un cartello delle forze che si oppongono "alla sinistra". Si arriva così al voto del 2001. Il Cavaliere firma, in diretta televisiva da Bruno Vespa con tanto di
scrivania portata per l'occasione, il "contratto con gli italiani e promette "grandi opere, sviluppo, libertà, meno tasse". Un mix che fa breccia nell'elettorato. Berlusconi torna a palazzo Chigi. Ma non sono rose e fiori con il centrosinistra che rialza la testa alle amministrative del 2005. Il resto è storia recente. La sofferta vittoria di Prodi del 2006. Il Cavaliere furioso che grida ai brogli e non riconosce la vittoria dell'avversario. Il Professore che, fin dal primo giorno deve fare i conti con una coalizione rissosa e divisa. Ma anche nel centrodestra i rapporti sono tutt'altro che sereni. "Il limite della Casa delle libertà, è quello di essere una coalizione, dove basta il veto di uno solo dei partiti coalizzati per bloccare qualsiasi decisione" dice il Cavaliere sempre più insofferente verso Fini e Casini. Che ricambiano. Sembra che si vada alla rottura quando Berlusconi, il 18 novembre del 2007, rompe gli indugi e sale sul predellino della sua berlina di lusso in piazza San Babila a Milano. Intorno una folla adorante. "E' l'ora dei partito unico del centrodestra". Fini e Casini, scavalcati, schiumano rabbia. "Siamo alle comiche finali" tuona il leader di An. Ma la caduta del governo Prodi funziona da miracoloso collante (non con l'Udc che se ne va da sola). A marzo 2008 si vota e il centrodestra stravince. Berlusconi risale a palazzo Chigi. Per Forza Italia è l'ora dello scioglimento. Il 21 novembre dello scorso anno il consiglio nazionale vota la confluenza nel Pdl. An la segue il 20 marzo. Si arriva così all'oggi. Con un partito che nasce sul predellino di un'auto, senza che nessuno, al momento dell'annuncio, ne sappia nulla. Se non Berlusconi, ovviamente. Dal 94 ad oggi, unico vero dominus del centrodestra. Comunque si voglia chiamarlo.

venerdì 27 febbraio 2009

Il Pane e il Libro

Lasciamo zia Maria e le sue amiche e torniamo a Soru.
Non c’ dubbio che Renato Soru abbia costituito una novità assoluta nell’asfittico panorama politico sardo. La sua candidatura ed elezione nel 2004 avevano alimentato polemiche nel mondo dei partiti, ma grande speranza all’interno della società sarda. La sua personalità, le sue idee (talvolta un certo idealismo) la sua biografia personale hanno suscitato i sentimenti più diversi: dall’amore all’odio, dal rispetto al disprezzo, dall’ammirazione all’avversione. E lui non fa altro che alimentare questi sentimenti, nel bene o nel male. Suggestionati da certi psicologismi potremmo dire che la sua personalità vive e si esalta nello scontro. Davanti a un sopruso si ribella, ma anche davanti a una contestazione legittima reagisce in maniera “esagerata”. Così impolitico eppure così politico, così teso al bene comune e lontano dal tornaconto personale. E poi eticamente lontano dall’imprenditore tutto successo, soldi e mondanità eppure così manageriale nella gestione della cosa pubblica. Minimalista nell’apparire eppure elegante. Sobrio nei costumi, ma ricchissimo. Una ricchezza di cui non sa, di cui non si cura. Il personaggio Soru irrompe così nella vita politica sarda piena di mezze figure, di ominicchi e di qualche quaquaraquà. Per il sardo medio, che si nutre di speranze, è una boccata d’ossigeno, per l’establishment un terremoto. Non giura davanti al Consiglio Regionale, lascia Villa Devoto e si fa arredare un ufficio al primo piano di Viale Trento, viaggia senza autista con la propria auto. Parla di identità, di cultura, di istruzione, caccia un assessore incompetente e lascia un partito della maggioranza senza rappresentanza in Giunta. Gli assessori più ostici – messi lì per seguirne da vicino le mosse - ben presto diventano i suoi più fedeli alleati (a volte anche gli esecutori testamentari di enti inutili, avversari dei fastidiosi burocratismi regionali, traduttori del linguaggio di Capo al politichese e viceversa). E poi le battaglie, quella sulle entrate fiscali prima di tutto: tutta la Sardegna mobilitata e meravigliata del suo Presidente, assessori, consiglieri regionali, sindaci, sindacalisti, imprenditori, lavoratori, launeddas boès e merdules. Tutti insieme a Roma, appassionatamente. E Pigliaru, l’assessore al Bilancio, che sembra – al confronto col Presidente – il suo commercialista o il suo ragioniere (senza offesa, voglio dire). Pigliaru, uno dei consiglieri più fidati, l’estensore del programma di governo, anche un po’ l’ideologo di Progetto Sardegna, schiacciato dalla personalità sfolgorante di Soru.
Pigliaru per affermare la propria di personalità è costretto a dimettersi dopo uno scontro sulle nuove competenze degli assessorati. La Programmazione e il Bilancio in capo al Presidente, uno schiaffo per il Professore, per l’ideologo finanche per il ragioniere. E che dimissioni siano, perbacco. Niente lo turba, il Presidente va avanti per la sua strada: il suo impegno è il governo, la decisione rapida, la risposta ai bisogni, altre rivendicazioni contro lo Stato e contro Berlusconi. In attesa anche lui (anche noi) del ritorno di Prodi e del centrosinistra. Un ritorno decimale e ben presto decimato, con l’agonia del Senato e dei vegliardi senatori a vita, con la prepotenza dei deboli che tutto si accaparrano: dalla presidenza delle Camere a quella della Repubblica e liste infinite di Ministri, Viceministri e Sottosegretari. Uno coacervo politico, un’ammucchiata partitica, un vociare confuso, un urlare stridulo, una gazzarra continua, tutti contro tutti. Sempre. Per Prodi neanche il tempo di respirare e poco tempo anche per coccolare uno dei suoi pupilli, il cavaliere (con la c minuscola), il rossomoro, quello che non proclama, ma agisce. Soru. Si fa in tempo a chiudere la partita sulle entrate fiscali, per il G8 a La Maddalena (nel frattempo – sarà un caso? – gli americani se ne sono andati via), gli impegni sulle infrastrutture e un’attenzione sull’industria sarda perennemente in crisi e finisce l’avventura dell’Unione che inciampa sulla moglie di Mastella.
Emiliano Deiana
Fine Seconda Puntata

mercoledì 25 febbraio 2009

Testamento Biologico

Stimato onorevole Franceschini, appena eletto segretario del Partito democratico, lei ha fatto riferimento alla laicità come valore irrinunciabile del suo partito, in quanto valore irrinunciabile della carta costituzionale. Il banco di prova della coerenza pratica rispetto a questa affermazione è costituito dall’atteggiamento che il suo partito assumerà nella discussione sulla legge cosiddetta “fine-vita”.Laicità significa che nessuna convinzione religiosa o morale viene imposta per legge da un gruppo di persone, per quanto ampio, alla totalità dei cittadini. E questo vale più che mai per quanto riguarda ciò che è più proprio di ciascuno, che fa anzi tutt’uno con la propria esistenza, la sua stessa vita, e la parte finale di essa.E infatti la Costituzione della Repubblica nel suo articolo 32, e la convenzione di Oviedo ratificata dall’Italia, la legge sul servizio sanitario nazionale, e numerose e univoche sentenze della Cassazione negli ultimi anni, stabiliscono in modo tassativo che nessun cittadino può essere sottomesso a “interventi nel campo della salute” senza il suo consenso (debitamente informato) e che tale consenso può essere ritirato in qualsiasi momento. La convenzione di Oviedo evita ogni distinzione tra “cure” e altri interventi (“di sostegno vitale”, ecc.) proprio perché non si possa giocare sulle parole e violare così il diritto del paziente di rifiutare qualsiasi trattamento medico e/o ospedaliero (tranne che per gli eccezionali motivi di sicurezza pubblica: epidemie, vaccini e simili).Sulla propria vita, insomma, può decidere solo chi la vive, e nessun altro. Questo l’abc della laicità che l’Europa tutta ha adottato in campo medico, confermando l’essenzialità del consenso informato nell’articolo 3 della carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.Il disegno di legge Calabrò distrugge tale diritto. All’art. 2, comma 2 dice infatti: “L'attività medica, in quanto esclusivamente finalizzata alla tutela della vita e della salute, nonché all'alleviamento della sofferenza non può in nessun caso essere orientata al prodursi o consentirsi della morte del paziente, attraverso la non attivazione o disattivazione di trattamenti sanitari ordinari e proporzionati alla salvaguardia della sua vita o della sua salute, da cui in scienza e coscienza si possa fondatamente attendere un beneficio per il paziente”. Il che significa che Piergiorgio Welby non potrebbe far disattivare il respiratore artificiale, e che Luca Coscioni non avrebbe potuto rifiutare la tracheotomia, e che l’amputazione di un arto che va in gangrena diventerebbe coatto, e così la trasfusione di sangue anche a chi la rifiuta per motivi religiosi (tutti rifiuti garantiti oggi dalla legge e più volte applicati fino al “prodursi della morte del paziente”).Non basta. L’articolo 5 comma 6 stabilisce che “Alimentazione ed idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze e non possono formare oggetto di Dichiarazione Anticipata di Trattamento”. In tal modo il cosiddetto testamento biologico diventa una beffa. Qualsiasi cosa abbia stabilito il cittadino, davanti a un notaio e reiterando le sue volontà ogni tre anni, il sondino gli sarà messo in gola a forza. I medici delle cure palliative hanno del resto spiegato drammaticamente che alimentazione e idratazione non alleviano ma moltiplicano e intensificano le sofferenze nei malati terminali. Queste sofferenze aggiuntive, che è difficile non definire torture in malati in quelle condizioni, diventano con questa legge obbligatorie.E’ evidente il carattere anticostituzionale di tale legge, ma anche il suo carattere semplicemente disumano. Purtroppo gli emendamenti proposti dal suo partito (primo firmatario Anna Finocchiaro) lasciano intatta la violenza dell’articolo 2 comma 2, e aprono solo un modesto spiraglio rispetto a quella dell’articolo 5 comma 6. Non parliamo della cosiddetta “mediazione” di Rutelli, praticamente indistinguibile dal disegno di legge della maggioranza, e che non a caso è stata benevolmente accolta dall’on. Quagliariello.Il Partito democratico aveva il suo progetto di legge da anni, e con tale programma andò alle elezioni che portarono al secondo governo Prodi: la legge firmata da Ignazio Marino. Ogni passo indietro rispetto a tale proposta sarebbe una rinuncia pura e semplice ai diritti elementari sanciti dalla Costituzione, dalla convenzione di Oviedo, dalle sentenze della Cassazione.Abbiamo letto che il suo partito sarebbe comunque orientato a dare ai suoi parlamentari “libertà di coscienza” al momento del voto. Ci sembra che tale atteggiamento sia frutto di un fraintendimento molto grave.Se venisse presentato un disegno di legge che stabilisce la religione cattolica come religione di Stato, proibisce il culto ai protestanti valdesi e obbliga gli ebrei a battezzare i propri figli, sarebbe pensabile - per un partito politico che prenda sul serio la Costituzione - lasciare i propri parlamentari liberi di “votare secondo coscienza”, a favore, contro, astenendosi? O non sarebbe un elementare dovere, vincolante, opporsi a una legge tanto liberticida?La legge ora in discussione sulle volontà di fine vita è, se possibile, ancora più liberticida (e disumana) di quella sopra evocata. Non costringe al battesimo forzato, costringe al sondino forzato, al respiratore forzato, a qualsiasi accanimento che prolunghi artificialmente una vita che, per la persona che la vive, non è più vita ma solo tortura. Peggiore quindi della morte. In ogni caso la libertà di coscienza del parlamentare non può essere invocata per violare e cancellare la libertà di coscienza delle persone.Siamo certi perciò che nulla di tutto questo accadrà, e che in coerenza con il valore della laicità da lei riaffermato, il Partito democratico non tollererà scelte che violino, opprimano e vanifichino l’elementare diritto di ciascuno sulla propria vita.
Andrea Camilleri
Paolo Flores d’Arcais
Stefano Rodotà
Umberto Veronesi
(25 febbraio 2009)

martedì 24 febbraio 2009

Il Pane e il Libro

Provo a rompere il silenzio (o le parole a sproposito) sulle elezioni regionali vinte dal centrodestra. Innanzitutto la verità: una sconfitta di queste dimensioni non se l'aspettava nessuno. Qualcuno se l'augurava (anche all'interno del PD), ma il risultato è andato al di là delle (sue) più rosee aspettative. Per analizzare per bene le ragioni della sconfitta occorre andare per punti o per personaggi.
A) Renato Soru: chi è senza peccato scagli la prima pietra, verrebbe da dire. Ha condotto una campagna elettorale coraggiosa, ha visitato oltre 180 paesi (su 377) della Sardegna, ha spiegato, rassicurato, incuriosito; ci ha messo l’anima, ci ha messo il cuore, ma non è bastato. Perché non è bastato? Perché ha fatto in un mese quel che avrebbe dovuto fare durante tutto il corso della legislatura spiegare le ragioni e i torti, attirare il consenso, istigare alla partecipazione, capire il disagio e le mutazioni, generare la ribellione contro il privilegio. Mi dice un’amica: ma doveva fare tutto lui, cantare e portare la croce? Certo che no, la politica è un’attività umana collettiva e non individuale. Ciò che è mancato, più di ogni cosa, è stata la squadra, il centrosinistra, il Partito Democratico. Tutti i segretari di partito, tutti i consiglieri regionali avrebbero dovuto parlare di fronte all’elettorato con una sola voce. Alcuni mi dicono: ma questo di eliminare il dissenso, è democratico? Certo che no, rispondo, ma c’è modo e modo. Dirsi le cose nelle stanze del partito o del Consiglio Regionale non è la stessa cosa di fare un comunicato stampa. Invece prima si corre dalla stampa a dire la propria (quasi sempre in contrasto con quella del presidente, poi ci si siede a discutere). Altri mi dicono. Possibile che questo “diavolo” di Soru, non abbia colpe? E certo che ne ha! Ho sempre avuto un’allergia per i “soriani integralisti”, quelli che qualsiasi cosa abbia fatto, detto o proposto Renato Soru sono comunque d’accordo. Il personaggio non ha un carattere facile, anzi. E credo, avendolo conosciuto, che se ne renda benissimo conto da sé. Ma un carattere difficile, verrebbe da dire problematico (per se stesso e per gli altri), può condizionare in questo modo una vicenda politica di cinque anni? Penso e credo di no. Sarebbe indice di poca intelligenza da parte di Soru (cosa che tenderei ad escludere, come penso la escludano anche i suoi detrattori) e di altrettanto poca intelligenza da parte dei detrattori (per la verità qualcuno proprio tonto lo si incontra, frequentando il PD). Cosa è successo fra Soru e i partiti, fra il presidente e la sua coalizione? Un cortocircuito di comunicazione, probabilmente. E poi sono saltati i riti della politica: i vertici, gli incontri bilaterali, le crisi e crisette, i rimpasti, le nomine collegiali, le rose di nomi. I detrattori dicono: è saltata la democrazia interna. Lui risponde: ho evitato le spartizioni. Possibile che non ci sia un punto di incontro fra queste due anime (sensibilità, le chiamerebbero gli ipocriti)? Forse si, ma forse anche no e anche qui torna il cortocircuito (ma anche gli avvitamenti, i contorsionismi, finanche le capriole): nel tempo i migliori amici di Soru sono diventati i suoi più strenui oppositori (Cabras, Spissu etc.etc.) e i suoi peggiori nemici sono diventati i suoi migliori amici (Soro, Scanu etc.etc.).
Alcuni, quando avevano un ruolo importante nei Ds erano oppositori, al momento delle Primarie e delle candidature per le politiche teneri amici, per poi ritornare –ben sistemato in Parlamento- nuovi oppositori del Conducator di Sanluri. Una magia tutta campidanese. Altri due, uno di Sassari e uno di Cagliari, di profonda estrazione democristiana, sono stati coerenti. Sempre all’opposizione, che neanche La Spisa e Artizzu.
Ora sono io a dire: ma questo è un partito o una congrega di matti? E la gente, quella normale, cosa volete che ne capisca di questi balletti? Cosa volete che pensi zia Maria, maestra in pensione, che ha 78 anni, che guarda Videolina, legge i titoli dell’Unione Sarda, va in chiesa la domenica di questa rumba democratica? È educata, zia Maria, altrimenti ci avrebbe mandato tutti a quel paese. Fa una cosa più soft lei: quando zia Domenica e zia Caterina vanno a trovarla per bere il tè dice “la politica è tutto uno schifo”. Poi quando arrivano le elezioni –visto che il voto è un diritto- vanno a votare: votano per quelli che non litigano mai, perché la politica è davvero uno schifo.
Emiliano Deiana
FINE PRIMA PUNTATA

domenica 22 febbraio 2009

Gianmaria Testa, da solo

Il concerto di Roma non era stato pensato per essere registrato e diventare un disco. Poi è successo che quel concerto è stato una piccola magia, una specie di miracolo di intensità e poesia, una corrente di emozioni tra palco e platea. Per fortuna la fondazione Musica per Roma registra sempre ogni concerto per il suo archivio al solo scopo di testimonianza, e proprio a partire da quella registrazione “sporca” si è lavorato, non senza molta fatica, per farla diventare il disco che ora viene presentato. Il risultato è una sorta di “bootleg” autorizzato dal suo artista che privilegia Anima ed Emozione alla Tecnica
Può sembrare curioso che proprio Gianmaria Testa, uno degli artisti italiani più aperti alle collaborazioni, agli incontri e ai progetti speciali che mescolano generi e carte, scelga come suo primo live un concerto IN SOLO, voce e chitarre. Nulla di più. Ma a pensarci bene, strano non lo è poi così tanto. Da sempre, infatti, Gianmaria parla di “forma canzone”, di quell’equilibrio perfetto di testo, melodia ed armonia che da solo sa reggere il tutto. Ripete spesso che se le canzoni non vivono ed emozionano da sole, suonate semplicemente alla chitarra, non c’è arrangiamento, non c’è invenzione che le possa salvare. Ed ecco spiegato il motivo di questa operazione coraggiosa che cerca di guardare alla sostanza delle cose. SOLO-dal vivo è un disco che restituisce alle canzoni di Gianmaria -alcune delle sue più note- la stessa emozione di quando sono nate.
E poi, ci sono pure due sorprese, una all’inizio e una alla fine. Il disco si apre infatti con quella che si definisce una cover, LA NAVE di Angelo Ruggiero, pugliese, vincitore nel ‘91 dell’allora Premio Recanati (oggi Musicultura); e si chiude con un piccolo regalo: una canzone nuova, inedita, registrata in studio, a Bologna, con due dei musicisti più fidati di Gianmaria: Piero Ponzo (sax e harmonium indiano) e Nicola Negrini (contrabbasso). COME AL CIELO GLI AEROPLANI è una canzone d’amore, intensa, struggente, di quelle che sembrano sempre esistite.
SOLO-dal VIVO è stato mixato alla Fonoprint di Bologna da Roberto Barillari /Mastering di Maurizio Biancani.
Quelli come me incominciano da soli a battagliare una chitarra. Finché il legno si svernicia e le dita si scavano di corde. Qualche dritta di un amico è benvenuta, ma il grosso è testarda vocazione all’addomesticamento di qualcosa che senti anarchico e selvatico. Poi la fatica solitaria diventa una frontiera: se l’attraversi ti rimane addosso una malattia di canzoni. Così è andata per me e forse così doveva andare, con la chitarra da accompagnamento e compagnia. E avrei suonato e cantato comunque. Con o senza dischi, con o senza pubblico. Per questo nei concerti non patisco affanni, mi dico che è un incontro da onorare. Gente che è partita da casa apposta, qualcuno per caso, da non far pentire. Di questo, con Paola, abbiamo deciso di lasciare un nero su bianco. Di un giorno di maggio a Roma, qualche amico e la gente che arriva come a un appuntamento.
Gianmaria Testa

giovedì 19 febbraio 2009

E' sempre più sgradevole

Una 'battuta' sui desaparecidos pronunciata da Silvio Berlusconi durante la campagna elettorale in Sardegna rischia di creare un caso diplomatico: il governo argentino ha convocato l'ambasciatore italiano a Buenos Aires, Stefano Ronca, a cui ha espresso "preoccupazione e disagio" per le affermazioni sui dissidenti di Silvio Berlusconi riportate oggi dal quotidiano locale Clarin. Secondo il giornale, che in un articolo di mezza pagina richiamato in prima col titolo "Berlusconi macabro con i desaparecidos" cita un servizio de l'Unità di sabato scorso, in cui sono riportate le frasi pronunciate dal premier durante la campagna elettorale in Sardegna, il presidente del Consiglio ha ironizzato sul dramma dei dissidenti lanciati in mare dagli aerei affermando: "Erano belle giornate, li facevano scendere dagli aerei..". Il riferimento è al dramma dei 'voli della morte', tramite i quali i militari nell'ultima dittatura (1976-83) gettavano nelle acque del Rio de la Plata i sequestrati ancora vivi e addormentati. L'ambasciatore italiano si è impegnato a "verificare le frasi attribuite a Berlusconi e a informarne il governo argentino". Tutto un equivoco, secondo Palazzo Chigi, che in serata ha diramato un comunicato in cui definisce l'episodio un "attacco calunnioso e assolutamente ingiustificato, che provoca indignazione" e parla di polemiche gonfiate su un finto caso Argentina. "Le parole del Presidente del Consiglio sono state, infatti, completamente stravolte e addirittura rovesciate quando era chiarissimo che egli stava sottolineando la brutalità dei 'voli della morte' messi in opera dalla dittatura argentina di quel tempo".
Dal Clarin le dichiarazioni di Berlusconi sono rimbalzate su televisioni e siti online provocando accese reazioni: a Buenos Aires la presidente delle Nonne di Plaza de Mayo, Estela de Carlotto, ha detto di "sentirsi offesa" dopo aver letto quanto riferito dal quotidiano. "Nei confronti degli argentini - ha ricordato - c'è sempre stata grande solidarietà, sia dai precedenti governi italiani sia da parte della giustizia". Dello stesso umore anche Angela "Lita" Boitano e Vera Jarach, cittadine italiane, madri di desaparecidos, che hanno chiesto di incontrare l'ambasciatore Ronca: "Scherzare sui desaparecidos e i 'voli della morte' non è ammissibile", ha detto Jarach, ricordando che si tratta di "delitti di lesa umanità commessi dal terrorismo di Stato" durante l'ultima dittatura argentina. Anche in Italia i commenti non si sono fatti attendere. "Una gaffe indecente, che suona gravissima offesa alle migliaia di ragazze e ragazzi rapiti, torturati e uccisi negli anni di una delle più sanguinose dittature dell'America Latina": così Piero Fassino definisce l'uscita berlusconiana, e aggiunge: "Voglio sperare che Berlusconi abbia la sensibilità di scusarsi con il governo argentino e con le famiglie di quelle povere vittime, evitando nel futuro di procurare ulteriori pessime figure al popolo italiano". Analoga richiesta arriva anche dall'Italia dei Valori: "Le continue pagliacciate di Berlusconi sulla scena internazionale hanno screditato l`immagine del nostro paese nel corso degli anni. Stavolta è davvero troppo. Scherzare sull`orribile fine dei desaparecidos in Argentina, tra cui anche nostri connazionali, è imperdonabile. Bene ha fatto il governo di Buenos Aires a convocare il nostro ambasciatore. E`dovere di Berlusconi scusarsi e del ministro Frattini venire immediatamente a riferire in aula", ha dichiarato Fabio Evangelisti, capogruppo vicario dell'Idv alla Camera.

venerdì 13 febbraio 2009

Voto Soru di Luca Ronchi

Ricevo, pubblico (e condivido) da Luca Ronchi di La Maddalena:
Voto Soru:
Perché ha le idee chiare, Cappellacci non tanto.
Voto Soru perché crede che la Sardegna ha la forza per farcela anche senza Berlusconi. Cappellacci non credo.
Voto Soru perché ride poco ma bene. Cappellacci invece ride e basta. Minchia quanto ride.
Voto Soru perché c’è poco da ridere
Voto Soru perché si è fatto avanti a dispetto di chi voleva farlo fuori. Non è che qualcuno l’ha preso per un orecchio e gli ha detto “Tu ora sei candidato! Quanto ci scommetti che tu ora sei candidato?”
Voto Soru perché ha fatto arrivare 38 milioni di euro a La Maddalena (e io sono Maddalenino), quasi 600 milioni di euro in tutta la Gallura (e io sono Gallurese), non so quanti milioni di euro in tutta la Sardegna ma, se tanto mi da tanto…
Voto Soru perché vuole che i Sardi gestiscano da soli la propria continuità territoriale
Voto Soru perché i corbezzoli in giardino sono belli, ma sono belli anche fuori.
Voto Soru perché i lavori, quando si iniziano, è bene completarli.
Voto Soru perché sceglie simboli antichi per dare un’anima a cose moderne (vedi Tiscali)
Voto Soru, perché non usa cose moderne per spiegarsi quelle antiche (vedi i nuraghe col McDonald’s…se lo piglia Lilliu…)
Voto Soru perché una volta, durante un comizio, ha fatto una pausa di quasi venti secondi. E in quei venti secondi c’è stato un silenzio incredibile.
Voto Soru perché una volta, a un comizio di Cappellacci, c’era uno che è stato un’ora raccontando barzellette…tutti ridevano… e Cappellacci, intanto che aspettava il suo turno, rideva anche lui.
Voto Soru perché sono di sinistra.
Voto Soru perché è calvo naturale.
Voto Soru perché un bel bosco o una bella spiaggia, rendono migliore qualsiasi albergo, ma non sempre gli alberghi rendono più belli i boschi e le spiagge. Bisogna saperlo fare…
Voto Soru perché con Cappellacci… questa storia del nucleare…Mah!
Voto Soru perché l’unica volta che Cappellacci ha parlato di La Maddalena in televisione ha detto una cazzata, e per me è sufficiente.
Voto Soru perché stanno cercando di copiarcelo anche fuori dalla Sardegna. Cappellacci non credo che ce lo voglia copiare nessuno.
Voto Soru perché preferisco Cortes apertas o una sagra del pesce ai festini del Billionaire.
Voto Soru perché la Sardegna è bella tutto l’anno, la Costa Smeralda, al massimo, solo d’estate.
Voto Soru perché: i ricchi vengono in Sardegna perché è bellissima, la Costa Smeralda invece sembra bellissima perché ci vanno i ricchi.
Voto Soru perché per la sinistra è importante, ma non è indispensabile. Dall’altra parte invece…
E infine, voto Soru perché l’orgoglio di essere Sardo viene da dentro, non da Milano, perché quando dice una cosa è quella, e non è che l’hanno frainteso, perché la Sardegna o si salva tutta o sta male tutta, e non è che stanno bene solo gli abitanti della Costa.
Voto Soru perché per governare i Sardi ci vuole un Sardo.
Altrimenti è una presa per il culo.



giovedì 12 febbraio 2009

LA SARDEGNA CHE CAMBIA


La guerra di Piero e C.


mercoledì 11 febbraio 2009

LA SARDEGNA CHE CAMBIA


ll Massimo


martedì 10 febbraio 2009

LA SARDEGNA CHE CAMBIA


Replica


giovedì 5 febbraio 2009

La campagna elettorale km per km

http://www.youdem.tv/UserDetails.aspx?id_user=a2386ea7-61e5-4ed7-9fa6-e963093b2898

Berlusconi come Caligola (che fece Senatore il suo cavallo)

ROMA - Berlusconi contro Soru, Soru contro Berlusconi. E' un duello, certo, ma non è ad armi pari. Se il premier pesca a piene mani nell'audience delle sue tv per accusare l'avversario di essere "un fallito", il governatore della Sardegna gli risponde davanti a uno sparuto drappello di giornalisti. Ma anche lui ci va giù duro: "Mi fa una pena infinita, quest'uomo alle soglie della vecchiaia. Ormai mi ricorda Caligola, l'imperatore che nominò senatore il suo cavallo". Ha sentito, presidente? Berlusconi dice che lui, al suo posto, non si sarebbe mai ripresentato... "Ma cosa si può rispondere a un presidente del Consiglio che si è ricandidato alle elezioni dopo essere stato amnistiato, dopo aver cancellato con una legge il reato di cui era accusato, dopo essere uscito da un processo solo grazie alla prescrizione?".
Però lui l'ha bollata in tv come "un fallito": Soru, ha detto, come imprenditore ha accumulato 3,3 miliardi di perdite, ha licenziato 250 persone e ha fatto crollare il valore delle azioni della sua azienda, Tiscali. A queste accuse vorrà rispondere, o no? "Non sono accuse, sono falsità allo stato puro. Non so da dove li abbia presi, quei dati. Premesso che io non gestisco la società da cinque anni, da quando sono stato eletto, dico solo che Tiscali non li ha mai visti, 3,3 miliardi: come potrebbe averli perduti?".
Ma i 250 licenziamenti? "Questa storia se l'è inventata Il Giornale: abbiamo chiesto inutilmente una rettifica, domani ci rivolgeremo al Tribunale per ottenerla. Ci sono stati 70 esodi volontari incentivati, punto. Non un solo licenziamento. E senza neanche un'ora di cassa integrazione. Ma la cosa che più mi indigna è un'altra".
E cioè? "Che per denigrare me, proprietario oggi solo del 20 per cento di Tiscali, Berlusconi sta danneggiando una società che produce ricchezza e lavoro, sta danneggiando l'80 per cento dei suoi azionisti che non c'entrano nulla e soprattutto sta danneggiando i suoi lavoratori. In un momento di crisi che riguarda tutti, compresa Mediaset che in due anni ha perso più del 60 per cento del valore, il presidente del Consiglio crea panico e fa delle affermazioni su una società quotata in borsa che sono al limite dell'aggiotaggio. Ma tanto lui è un impunito".
Nel senso che ha l'impunità? "Guardi, l'altro giorno sono andato in Procura a denunciarlo, e ho potuto toccare con mano in che repubblica stiamo vivendo. Il presidente del Consiglio può dire di ciascuno di noi le cose più terribili, ma noi siamo assolutamente nudi e indifesi perché lui è protetto dal lodo Alfano".
Ma perché ce l'ha tanto con lei? C'è stato uno scontro, un diverbio, una lite? "No, le nostre vite non si sono mai incrociate. Io l'ho incontrato a Palazzo Chigi, per ragioni istituzionali, nei pochi minuti che mi ha dedicato. Non c'è nulla di personale, credo. Solo bulimia di potere: vuole conquistare la Sardegna. Ora sa che sta per perdere e dunque è disposto a fare qualunque cosa per evitarlo".
Che effetto le fa, accendere la tv e vedere il presidente del Consiglio che parla male di lei? "Guardi, all'inizio mi sono un po' arrabbiato. Adesso ho un senso di pena per quest'uomo di 73 anni, ormai alle soglie della vecchiaia. Ci si aspetta che una persona a quell'età migliori, che diventi più matura e più saggia. E magari si spera nella "grazia di Stato", che la renda più adeguata al ruolo che ricopre. Purtroppo con Berlusconi tutto questo non è successo. Nemmeno in vecchiaia, nemmeno come presidente del Consiglio, quest'uomo riesce a essere serio. Lui vuole prevaricare su tutto e su tutti. Perciò mi ricorda Caligola".
Vuol dire che Cappellacci, il suo sfidante, è il cavallo che Berlusconi vuol fare senatore? "Non voglio dire questo. Però è evidente che la campagna elettorale la sta facendo Berlusconi. Persino sulla scheda elettorale ci sarà il simbolo "Berlusconi presidente". Il suo messaggio è chiaro: l'unico che conta sono io, gli altri non contano nulla. E' una volontà di imperio che va al di là del bene e del male. Per fortuna la storia ha risolto questioni ben più difficili di questa. Alla fine il tempo di Caligola finisce. Dopo Caligola viene Traiano, e poi Adriano. I tempi migliori di Roma sono venuti dopo i tempi peggiori. La stessa cosa capiterà all'Italia, ne sono certo. E Berlusconi, certo, passerà alla storia: ma come Caligola".
La partita della Sardegna si chiude tra dieci giorni. Il 15 febbraio sapremo chi l'avrà vinta. Se vince Cappellacci, vince anche Berlusconi. Ma se lei riesce a farsi rieleggere, c'è chi dice che Veltroni dovrà cominciare a preoccuparsi, perché lei diventerebbe un vincitore un po' troppo ingombrante. E' così? "Se Soru vince, Veltroni sarà felice. Perché sarà una vittoria mia, del centrosinistra e del Partito democratico. E infatti Veltroni sta lavorando, insieme a tutti gli altri, perché vinca io".

Cazzo drammaturgico o pulcino rachitico di oca?

http://www.youtube.com/watch?v=JFKotMsorrk&feature=channel_page
Pixel, Siligo 4 febbraio 2009

mercoledì 4 febbraio 2009

Il golpista e il processo

Emilio Eduardo Massera, ex comandante della Marina Militare argentina e protagonista della giunta militare Videla, è "pienamente in grado di stare in giudizio" e quindi processabile. Non potrà più sfuggire alla giustizia italiana, che ha aperto un procedimento a suo carico per la morte di tre "desaparecidos" di origine italiana. E' quanto deciso oggi dal gup Marco Mancinetti che ha accolto la relazione fatta dal perito inviato dal tribunale di Roma a Buenos Aires per stabilire "le attuali condizioni di salute dell'imputato e la sua capacità di partecipare coscientemente al processo". Una perizia che spiega e smonta nei dettagli il tentativo dell'ex ammiraglio "di rappresentare una condizione neuropsicopatologica grave pur non essendo questa effettivamente in atto con tale entità" fino a definire "un vero e proprio quadro di simulazione di malattia mentale" o, al massimo, un "disturbo fittizio". Massera, all'epoca della dittatura argentina, era capo supremo dell'Esma, il più grande centro di detenzione clandestina, "fiore all'occhiello della giunta militare", dove vennero imprigionati e uccisi migliaia di "desaparecidos" cittadini - per lo più giovani - che lottavano per la libertà del loro Paese. Molti erano italiani emigrati. Per restituire giustizia a tre di loro - Angela Maria Aieta di origine calabrese, sequestrata il 5 agosto del 1976; Giovanni Pegoraro e sua figlia Susanna, veneti, entrambi sequestrati il 18 giugno del 1977 - dopo trent'anni, si è finalmente riusciti ad aprire un processo. E' il primo nella storia del nostro Paese in cui lo Stato italiano si è costituito parte civile insieme ai parenti delle vittime. Massera è imputato per aver "cagionato la loro morte, dopo averne disposto od operato il sequestro, e dopo averli sottoposti a tortura - si legge nelle carte processuali - Con le aggravanti di aver commesso i fatti con premeditazione, ed adoperando sevizie ed agendo con crudeltà verso le persone". Questo all'interno "di un disegno criminoso, nell'ambito del Processo di Riorganizzazione Nazionale instaurato dalla dittatura militare in Argentina con il golpe del 24 marzo 1976".
Cinque ufficiali della Marina co-imputati con Massera nel processo Esma - Jorge Eduardo Acosta, Alfredo Ignacio Astiz, Jorge Raul Vildoza, Antonio Vañek e Hector Antonio Febres - sono stati condannati con cinque ergastoli decisi dalla seconda Corte di Assise di Roma nella sentenza del 14 marzo 2007. Anche Massera adesso dovrà fare i conti con la giustizia: la perizia di oggi lo inchioda alle sue responsabilità "nonostante - si legge nel documento - i possibili tentativi manipolativi, più o meno coscienti, attuati attraverso l'estremizzazione, anche in forma eclatante, di sintomi psichici fittizi" . L'ex ammiraglio, una delle figure più terribili del regime, ha avuto ruoli di primo piano nella politica non solo argentina, ma internazionale anche grazie a legami piduisti di altissimo livello. A cominciare dai rapporti con Licio Gelli che pochi giorni dopo il golpe, il 28 marzo 1976, gli scrisse per esprimere "la sua sincera allegria per come tutto si fosse sviluppato secondo i piani prestabiliti" e augurargli: "Un governo forte e fermo sulle sue posizioni e nei suoi propositi che sappia soffocare l'insurrezione dei dilaganti movimenti di ispirazione marxista".

lunedì 2 febbraio 2009

Le elezioni sarde secondo Cossiga

Roma, 31 gen. (Adnkronos) - In un'intervista a 'Il Riformista', Francesco Cossiga pronostica una vittoria alle regionali per il candidato democratico Renato Soru: ''Non so se diventera' leader nazionale del Pd, pero' non ho dubbi che prevarra' su Cappellacci''. Soru, spiega il presidente emerito della Repubblica, ''sa parlare al sardo'', mentre lo sfidante del Pdl ''rischia di essere preso per la proiezione di una figura esterna all'isola, cioe' Berlusconi''.
Tanto che il senatore a vita da' un consiglio al premier: ''Gli suggerirei di diradare le sue visite sull'isola. La Sardegna -rimarca Cossiga- non e' l'Abruzzo e nemmeno il Veneto''.

MEGLIO SORU

Sant'Antioco, mezzogiorno di un sabato di gennaio, il Pierre Pub sembra il saloon di un film western, bancone di legno e birre a volontà, il paese è tutto qui, ad assistere a un duello spettacolare: il pescatore contro il governatore. «Lei ha vietato le ferrettare, perché dovremmo votarla?», spara Marcellino, un omone per cui il mare è un mestiere. «Perché non si vive di sole ferrettare», replica secco Renato Soru, informatissimo sulle reti-killer: «Si vive di ospedali, di assegni di studio. Mi auguro che anche lei non si occupi solo dei suoi strumenti di pesca ». Il saloon si infiamma, urla, applausi, insulti. E alla fine è un trionfo per il governatore uscente che non teme l'impopolarità: «Diconoche lei è antipatico», lo avvisa un sostenitore. «Beh, un po' è vero», ammette Soru. E sarà uno derrari sorrisi della giornata. Duecento chilometri più a nord si muove l'avversario: Silvio Berlusconi alla conquista della Sardegna, «la nostra isola», la chiama lui. La campagna elettorale la fa in albergo: al Carlos V di Alghero, un casermone sulla costa dedicato all'imperatore che nel 1541 arrivò qui e promosse sul campo i suoi abitanti: «Todos caballeroS". Subito dopo ordinò di requisire il bestiame degli algheresi per le sue truppe e lo fece macellare nella piazza Civica. Cinquecento anni dopo l'emperador di Arcore nell'albergone riceve tutto il pomeriggio notabili, politici, costruttori. E alti prelati: alle cinque sale sua Eccellenza Giacomo Lanzetti, vescovo di Alghero-Bosa, zucchetto, fascia viola e croce pettorale. Venuto fin qui per omaggiare il Cavaliere a caccia di voti. Ufficialmente il candidato alla presidenza della regione Sardegna del Pdl alle elezioni del 15 e 16 febbraio sarebbe un certo Ugo Cappellacci. Il figlio del commercialista deila Certosa che impiega metà dei suoi comizi a spiegare che lui è sardo e Soru uno xenofobo. In Forza Italia raccontano che dopo averlo imposto il premier si è già pentì to. La prima uscita è stata un disastro: gli uomini di Silvio hanno stracciato il discorso di Cappellacci e l'hanno riscritto parola per parola. E Berlusconi ha pensato che forse sarebbe stato meglio candidare una donna: la giornalista di Videolina Simona De Francisci, la coordinatrice azzurra Claudia Lombardo o Rosanna Floris, figlia del sindaco di Cagliari Emilio, inserite nelle liste del Pdl, aggressive come piacciono al premier. Pazienza: ora gli tocca tenersi "Ugo-dì-qualcosa-anche-tu", come lo hanno ribattezzato in Sardegna. Ma Cappellacci c'entra poco. Il vero match è tra di loro, Renato e Silvio, mister Tiscali contro Sua Emittenza. Nei prossimi giorni verranno gli inviati della stampa internazionale, "Le Monde, "Liberation", "Daily Telegraph", per raccontare una campagna elettorale mai vista: un premier che nel pieno della crisi economica mondiale passa tutti i fine settimana in Sardegna a promettere piani Marshall di investimento straordinario per l'isola e un governatore che si imbarca in una corsa all'antica, picaresca, on thè road, paese per paese: Berchidda, Gonnesa, Siniscola, Dorgali, San Giovanni Suergiu... Spiegamento di forze mediatico senza paragoni per un'elezione regionale, per capire se il duello sardo è l'anticipo di quello nazionale. Due ricchi imprenditori entrati in politica, entrambi proprietari di giornali, entrambi destinati a suscitare amori e odi, eppure distanti in tutto: perfino nel senso dell'umorismo. «Noi ridiamo per conto nostro, ci raccontiamo barzellette più divertenti di quelle sugli ebrei dimezzati», attacca Soru. «Io nei discorsi scherzo sul mio nipotino. La differenza tra me e Soru è questa», replica il premier. Che la posta in gioco sia alta lo dimostra anche la virulenza dei toni. Una guerra senza quartiere, colpi bassi, campagne stampa, querele. Soru ha denunciato Berlusconi sentendosi diffamato dalle dichiarazioni del premier sull'indagine giudiziaria che lo coinvolge: l'inchiesta sull'appalto pubblicitario di 56 milioni di euro affidato dalla regione Sardegna alla Saatchi & Saatchi, in cui secondo l'accusa il governatore avrebbe favorito un'impresa legata a suoi ex collaboratori di Tiscali. Il "Giornale" berlusconiano la cavalca, negli ultimi giorni ha scoperto il conflitto di interessi e il giustizialismo. Lo stesso fa il circuito "Unione Sarda"-Videolina di Sergio Zuncheddu, esponente della lobby del mattone e dei villaggi vista mare, la più potente della Sardegna, la più colpita nei suoi "? affari dall'azione di Soru. Come se non bastasse, c'è la crisi di Tiscali a preoccupare l'ex presidente: caduta libera in Borsa e 250 lavoratori a rischio licenziamento, con i sindacati pronti a scioperare. Bordate pesanti che non spaventano l'uomo di Sanluri. Moderno e arcaico, astuto e ingenuo, un alieno per la politica italiana. Orgogliosamente isolano: negli incontri più affollati si canta l'inno del patriota sardo, simbolo della rivolta popolare contro i feudatari. «Procurade e moderare, barones, sa tirannia, chi si no, prò vida mia, torrades a pe' in terra!»: cercate di frenare, baroni, la tirannia, sennò, per vita mia, ruzzolerete a terra. Parole composte nel 1794 da Francesco Ignazio Mannu, magistrato, forse una toga rossa ante litteram. Soru si aggrappa a una vezzosa sciarpetta pervinca, il colore di Tiscali, per proteggersi dal maestrale e macina chilometri a bordo della sua Audi, va a cercarsi i voti uno a uno. «Non voglio filtri, intermediazioni», ripete. Anche a costo di affrontare le contestazioni. A Fluminimaggiore, tremila abitanti, murales di Corto Maltese lungo la strada, l'ex presidente arriva all'ora di pranzo. Ad accoglierlo c'è un uomo che agita un cappio: «Questa è la prospettiva che ha dato alla Sardegna». Soru sembra affondare in una tristezza infinita: «Capisco la sua animosità, ma vedere la fune mi dispiace un pochino». Nel capannone gli chiedono delle speculazioni edilizie a Chivu e Funtanazza su cui la destra lo attacca, l'incontro prosegue per due ore, nessuno si muove, la voce già precaria del governatore se va ma alla fine in tanti applaudono. Una gara personale, nel vuoto della politica, nel deserto lasciato dai partiti. Anche in Sardegna le bandiere sono sparite, le sezioni non esistono più, i segretari locali non si incontrano mai, a fare da battistrada al candidato presidente rimangono solo i sindaci. Il Pd, il partito di Soru, arriva dilaniato alla sfida. I congiurati che hanno sfiduciato Soru in consiglio regionale votando insieme alla destra sono contro il piano paesaggistico e sono stati esclusi dalle liste, applicando rigidamente il limite dei mandati di due consiliature chiesto dal presidente. FI loro capo, il senatore Antonello Cabras, non ha preso bene l'epurazione dei fedelissimi. Durante il giro di Soru nel Sulcis, dove Cabras ha la sua base elettorale, il senatore non si e mai fatto vedere e ha annunciato che nella settimana prima del voto sarà in America per una missione parlamentare: provvidenziale per non essere messo nella scomoda necessità di chiedere voti per l'odiato governatore uscente. A mettere pace nel partito diviso per bande, tra capicorrente «tonti, e armati l'un contro l'altro come granchi in una cesta», come descriveva i sardi lo scrittore cagliaritano Sergio Atzeni, Walter Veltroni ha spedito il commissario Achille Passoni, una vita nell'organizzazione della Cgil. «Al Pd serviva uno choc: ci sono ferite che ancora sanguinano ma ora il partito è in campo », assicura l'inviato di Roma. «Finora Soru ha entusiasmato i suoi, ora deve provare a prendere i voti degli altri», consiglia nel palasport di Carbonia, proprio mentre Soru sferra il suo attacco più violento contro il Cavaliere: «Presidente, lei ha 73 anni, io 51, i nostri genitori ci hanno insegnato a non mentire per conquistare il potere. A una certa età bisogna essere seri e smettere di dire le bugie!». Nel centrodestra la situazione è esattamente opposta. Il candidato Cappellacci è evanescente, ma può contare sulla collaudata macchina elettorale berlusconiana, ovunque identica a se stessa: il cielo azzurro, le promesse mirabolanti, il video di "Meno male che Silvio c'è" con l'azzurrina Francesca Pascale, inquadrata nel clip, presidente del comitato "Silvio ci manchi" e portavoce del sottosegretario Francesco Giro, che segue ovunque il Cavaliere. I sondaggi fotografano la situazione: nella gara tra i partiti vince il centrodestra, nella corsa tra presidenti è in testa Soru. Nei prossimi giorni la personalizzazione si accentuerà. Walter Veltroni è venuto a dare una mano, ma la partita è tra Soru e Berlusconi. «Renato è profondamente legato alla sua isola, per lui le elezioni non sono un trampolino di lancio nazionale», giura il senatore del Pd Francesco Sanna. Ma chissà, se dopo un anno di sconfitte del Pd Soru ferma il conquistatore di Arcore in Sardegna molte cose sono destinate a cambiare anche in Italia. Anche Berlusconi l'ha capito: toccherà a Soru l'alieno provare a far ruzzolare per terra il suo strapotere. E non solo lì dove soffia il maestrale.

sabato 31 gennaio 2009

Dedicata a Ugo

Quando un politico dice "contro i clandestini tolleranza zero" diffida perchè la colazione gliel'ha preparata un filippino clandestino;
Quando un politico dice "contro la droga tolleranza zero" diffida perchè si è appena fatto una pista di coca;
Quando un politico dice "contro i fannulloni tolleranza zero" diffida perchè è uno che arriva in Parlamento a mezzogiorno e alla una è già al ristorante;
Quando un politico dice "contro la prostituzione tolleranza zero" diffida perchè è un figlio di puttana;
Quando un politico dice "sosteniamo la famiglia" diffida perchè subito dopo pensa: quale delle tre?;
Quando un politico ripete "sosteniamo la famiglia" diffida perchè contemporaneamente Totò Riina annuisce contento;
Quando un politico dice "ci sta a cuore il lavoro del muratore" diffida perchè sta pensando alla P2.
Quando un politico dice "difendiamo la scuola pubblica" diffida perchè ha studiato dai Padri Maristi;
Quando un politico dice "il Paese è in crescita" diffida perchè il ricco continua ad arricchirsi e il povero a impoverirsi;
Quando un politico dice "il Paese è in recessione" diffida perchè il povero continua a impoverirsi e il ricco ad arricchirsi;
Quando un politico dice "vogliamo il federalismo" diffida perchè sta pensando alle magnolie del suo giardino;
Quando un politico dice "il fascismo dopo le leggi razziali è stato il male assoluto" diffida perchè continua ad essere fascista;
Quando un politico dice "bisogna introdurre la meritocrazia" diffida perchè ha appena segnalato il figlio di un amico;
Quando un politico dice "riformiamo la giustizia" diffida perchè minimo minimo è indagato;
Quando un politico dice "la televisione non sposta voti" diffida perchè la sera comparirà a Porta a Porta;
Quando un politico dice "sono laico, ma non laicista" diffida perchè prende ordini dal cardinale, ma non va in Chiesa la domenica;
Quando un politico dice "l'omosessualità è una malattia" diffida perchè il malato è lui. Di mente;
Quando un politico dice No a tutto diffida perchè se gli offri una poltrona o una tangente dirà di Si;
Quando un politico dice "è troppo facile starne fuori" diffida perchè lui c'è dentro fino al collo*;
Quando un politico dice "abbiamo investito in cultura" diffida perchè lui effettivamente è un uomo colto, anche se mai sul fatto**;
Quando un politico dice "abbiamo investito la cultura" non diffidare perchè non è un errore;

* Rubata a Stefano Benni
**Rubata a Indro Montanelli

venerdì 30 gennaio 2009

Abolire le province

Cento e otto anni dopo la prima proposta di abolire le province, presentata dal deputato Gesualdo Libertini che le marchiava come enti "per lo meno inutili", destra e sinistra dicono che occorre ancora pensarci su. Auguri. Dice uno studio dell'Istituto Bruno Leoni che costano oggi il 65% in più di otto anni fa? Amen. Sono in troppi, a volerle tenere... La Lega, poi... "Silvio, batti un colpo", ha titolato un giornale non ostile alla destra come "Libero", che in questi giorni ha rilanciato la battaglia per sopprimere quegli enti territoriali che il sindaco di Milano Emilio Caldara bollava già nel 1920 come "buoni solo per i manicomi e per le strade". Macché: non lo batte affatto. Nonostante solo pochi mesi fa, fiutando l'aria che tirava nel Paese sulla "casta", nella scia delle denunce del "Corriere", si fosse speso in promesse definitive. C'erano le elezioni alle porte, il Cavaliere voleva stravincere e quando la signora Ines di Forte dei Marmi, durante la chat-line organizzata dal nostro giornale, gli chiese cosa avesse in mente per "abbassare finalmente i costi folli della politica italiana", rispose: "La prima cosa da fare è dimezzare il numero dei parlamentari, dei consiglieri regionali, dei consiglieri comunali". E le Province? "Non parlo delle Province, perché bisogna eliminarle".Otto settimane dopo, già sventolava trionfante il primo successo, riassunto dai tg amici con titoli che dicevano: "Abolite nove Province". Sì, ciao. La notizia era un'altra: nove province dovevano cambiare nome. D'ora in avanti si sarebbero chiamate "aree metropolitane". Fine. Un ritocco non solo semantico, si capisce. Ma un ritocco. Presto smascherato da un anziano gentiluomo di destra come Mario Cervi che sullo stesso "Giornale" berlusconiano, dopo aver letto la bozza della riforma federalista di Roberto Calderoli, scrisse: "Alcune norme del disegno di legge hanno l'obiettivo di "riconoscere un'adeguata autonomia impositiva alle Province". Ma allora, dopo tanti annunci di abolizione, le Province ce le teniamo, e anzi ne avremo di nuove perché l'alacre fantasia dei notabili locali è sempre all'opera nel varare enti inutili? A occhio e croce si direbbe che questa sia una vittoria non del nuovo ma della vecchissima politica distributrice di poltrone".
Parole d'oro. Che Francesco Storace, con brutalità gajarda, traduce così: "Bravi! Ci avevano promesso di abolire le province e il bollo auto ed è finita che fanno gestire il bollo auto alle province". Insomma, chiede oggi il deputato del Pd Enrico Farinone, "la maggioranza è favorevole o contraria all'abolizione delle province? I cittadini meritano un chiarimento". Giusto. Non solo dalla destra, magari. Quindici anni fa, nella "Bicamerale" presieduta da Ciriaco De Mita, furono i pidiessini Franco Bassanini e Cesare Salvi a spingere Augusto Barbera a ritirare la proposta di sopprimere le province in linea con quanto aveva deciso, alla Costituente, la Commissione dei 75: "L'argomento è di grande interesse, ma merita una riflessione ulteriore". Riflessione
ancora in corso. Al punto che quando Massimo Calearo ha rivelato che stava lavorando con altri parlamentari di sinistra e di destra all'abolizione dell'ente, qualche settimana fa, è stato bacchettato per primi dai suoi stessi
amici di partito. Dal segretario regionale Paolo Giaretta (nel nostro Veneto, una delle Regioni più centraliste
d'Italia, le nostre Province non sono enti superflui, anzi") al presidente della Provincia di Belluno Sergio Reolon: "L'unico inutile, qui, è lui, non le Province". Di più: il democratico Giorgio Merlo si è avventurato a dire che quella per l'abolizione delle province è "una campagna qualunquista e demagogica". Quanto a Walter Veltroni, naviga a vista: "Sì, penso ci si possa arrivare. Ma non sono un demagogo. E' facile dirlo in campagna elettorale, poi in genere chi lo dice è il primo a presentare proposte per istituirne di nuove..." Lui sarebbe per "ridurre la sovrapposizione dei livelli di governo, a partire dall'abolizione delle Province, laddove vengano costituite le Città metropolitane". A farla corta: boh...
E' a destra, però, che i mal di pancia sono più forti. Un po' perché il rilancio di Feltri e la sua raccolta di firme vengono vissuti da alcuni come sassate scagliate da mano amica ("tu quoque, Vittorio: proprio adesso...") che rischiano di mandare in pezzi il quadretto di una destra felicemente compatta. Un po' perché le prime crepe si vedono già. E si allargano ogni giorno di più. Gianfranco Fini è stato netto: "Nel programma del Pdl c'era
l'abolizione delle province ed è vero che a tutt'oggi non e' stato fatto nulla. Personalmente non ho cambiato opinione". E così Ignazio La Russa: "Facciamolo. Con un percorso graduale. Che duri tre o quattro anni. E consenta alle province di cedere le proprie competenze a Regioni e Comuni. In An questa opinione è largamente condivisa. Una riforma seria le deve abolire tutte". Gianni Alemanno fa sponda: "Sono sempre stato favorevole".La Lega, però, non vuol sentirne parlare. Certo, uno come l'ex presidente Stefano Stefani, mesi fa, si era sbilanciato: "Sono d' accordo con coloro che propongono la prima, sostanziale rivoluzione, l'abolizione delle Province". Ma è stato subito stoppato dalla ex-presidentessa leghista della sua stessa provincia di Vicenza, Manuela Dal Lago: "Perché, piuttosto, non abolire subito i Prefetti e
le prefetture?" "Le province sono nella Costituzione!", ha urlato ad "AnnoZero" Roberto Castelli ergendosi a baluardo della Carta, dimentico di quando il suo partito voleva buttare il tricolore nel cesso. Finché è intervenuto Umberto Bossi che, memore del fatto che il suo partito non guida neppure una grande città ma
controlla sei province (su 109!), ha chiuso: "Finché la Lega è al governo, non si toccano". Fine.
Al punto che Renato Brunetta, accantonando la durlindana decisionista che da mesi mulina impavido, è stato insolitamente prudentissimo: "Le Province sono enti inutili, che non servono, ma che non riusciremo a
cancellare in questa legislatura". Ma come: neppure con cento seggi di vantaggio alla Camera e cinquanta al Senato? E le promesse elettorali? Gli impegni solenni? Niente da fare. E' la politica, bellezza. Al massimo, ha detto ieri Giulio Tremonti, si può fermare la nascita di province nuove. Come quelle di Aversa, Pinerolo, Civitavecchia, Sibari, Sala Consilina...

mercoledì 28 gennaio 2009

Emiliano Deiana su Youdem.tv

mercoledì 21 gennaio 2009

Cappellacci di cemento


Chi è Ugo Cappellacci? figlio del commercialista di Berlusconi, non è, come vorrebbero far credere, una novità della politica regionale. Le cronache iniziano a occuparsi di Ugo Cappellacci nel 2001, quando, anziché in politica, scende nel mondo dell'impresa anche se non con una propria azienda: viene nominato dai canadesi presidente della Sardinia Gold Maining, la multinazionale - c'è anche capitale australiano - che dal 1996 è autorizzata a divorare intere colline della Marmilla per cercare oro. All'inizio del 2003, Cappellacci, pare per contrasti con i proprietari, lascia questo Eldorado che ha deturpato l'ambiente.E' stato assessore al Bilancio ai tempi della giunta Pili-Masala, anni 2003-2004: ovvero l'amministrazione di centrodestra che ha portato il bilancio regionale (di cui proprio lui era responsabile) alla drammatica situazione di indebitamento di cui si è detto. Risultato: debito di 3,5 miliardi di €. il più alto mai avuto dai sardi. Lo stesso Masala è stato condannato dalla Corte dei Conti a rimborsare 470.000 euro (La Nuova Sardegna, 16 giugno 2008). Cappellacci è poi diventato assessore al bilancio del Comune di Cagliari: anche qui, con risultati pessimi che hanno condotto le casse comunali ad una situazione disastrosa.

Il discorso di Obama


OGGI mi trovo di fronte a voi, umile per il compito che ci aspetta, grato per la fiducia che mi avete accordato, cosciente dei sacrifici compiuti dai nostri avi. Ringrazio il presidente Bush per il servizio reso alla nostra nazione, e per la generosità e la cooperazione che ha mostrato durante questa transizione. Quarantaquattro americani hanno pronunciato il giuramento presidenziale. Queste parole sono risuonate in tempi di alte maree di prosperità e di calme acque di pace. Ma spesso il giuramento è stato pronunciato nel mezzo di nubi tempestose e di uragani violenti. In quei momenti, l'America è andata avanti non solo grazie alla bravura o alla capacità visionaria di coloro che ricoprivano gli incarichi più alti, ma grazie al fatto che Noi, il Popolo, siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri antenati e alle nostre carte fondamentali. Così è stato finora. Così deve essere per questa generazione di americani. E' ormai ben chiaro che ci troviamo nel mezzo di una crisi. La nostra nazione è in guerra contro una rete di violenza e di odio che arriva lontano. La nostra economia si è fortemente indebolita, conseguenza della grettezza e dell'irresponsabilità di alcuni, ma anche della nostra collettiva incapacità di compiere scelte difficili e preparare la nostra nazione per una nuova era. C'è chi ha perso la casa. Sono stati cancellati posti di lavoro. Imprese sono sparite. Il nostro servizio sanitario è troppo costoso. Le nostre scuole perdono troppi giovani. E ogni giorno porta nuove prove del fatto che il modo in cui usiamo le risorse energetiche rafforza i nostri avversari e minaccia il nostro pianeta.
Questi sono gli indicatori della crisi, soggetti ad analisi statistiche e dati. Meno misurabile ma non meno profonda invece è la perdita di fiducia che attraversa la nostra terra - un timore fastidioso che il declino americano sia inevitabile e la prossima generazione debba avere aspettative più basse. Oggi vi dico che le sfide che abbiamo di fronte sono reali. Sono serie e sono numerose. Affrontarle non sarà cosa facile né rapida. Ma America, sappilo: le affronteremo. Oggi siamo riuniti qui perché abbiamo scelto la speranza rispetto alla paura, l'unità degli intenti rispetto al conflitto e alla discordia. Oggi siamo qui per proclamare la fine delle recriminazioni meschine e delle false promesse, dei dogmi stanchi, che troppo a lungo hanno strangolato la nostra politica. Siamo ancora una nazione giovane, ma - come dicono le Scritture - è arrivato il momento di mettere da parte gli infantilismi. E' venuto il momento di riaffermare il nostro spirito tenace, di scegliere la nostra storia migliore, di portare avanti quel dono prezioso, l'idea nobile, passata di generazione in generazione: la promessa divina che tutti siamo uguali, tutti siamo liberi e tutti meritiamo una possibilità di perseguire la felicità in tutta la sua pienezza. Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, ci rendiamo conto che la grandezza non è mai scontata. Bisogna guadagnarsela. Il nostro viaggio non è mai stato fatto di scorciatoie, non ci siamo mai accontentati. Non è mai stato un sentiero per incerti, per quelli che preferiscono il divertimento al lavoro, o che cercano solo i piaceri dei ricchi e la fama. Sono stati invece coloro che hanno saputo osare, che hanno agito, coloro che hanno creato cose - alcuni celebrati, ma più spesso uomini e donne rimasti oscuri nel loro lavoro, che hanno portato avanti il lungo, accidentato cammino verso la prosperità e la libertà. Per noi, hanno messo in valigia quel poco che possedevano e hanno attraversato gli oceani in cerca di una nuova vita. Per noi, hanno faticato in aziende che li sfruttavano e si sono stabiliti nell'Ovest. Hanno sopportato la frusta e arato la terra dura. Per noi, hanno combattuto e sono morti, in posti come Concord e Gettysburg; in Normandia e a Khe Sahn. Questi uomini e donne hanno lottato e si sono sacrificati e hanno lavorato finché le loro mani sono diventate ruvide per permettere a noi di vivere una vita migliore. Hanno visto nell'America qualcosa di più grande che una somma delle nostre ambizioni individuali; più grande di tutte le differenze di nascita, censo o fazione. Questo è il viaggio che continuiamo oggi. Rimaniamo la nazione più prospera, più potente della Terra. I nostri lavoratori non sono meno produttivi rispetto a quando è cominciata la crisi. Le nostre menti non sono meno inventive, i nostri beni e servizi non meno necessari di quanto lo fossero la settimana scorsa, o il mese scorso o l'anno scorso. Le nostre capacità rimangono inalterate. Ma è di certo passato il tempo dell'immobilismo, della protezione di interessi ristretti e del rinvio di decisioni spiacevoli. A partire da oggi, dobbiamo rialzarci, toglierci di dosso la polvere, e ricominciare il lavoro della ricostruzione dell'America. Perché ovunque volgiamo lo sguardo, c'è lavoro da fare. Lo stato dell'economia richiede un'azione, forte e rapida, e noi agiremo - non solo per creare nuovi posti di lavoro, ma per gettare le nuova fondamenta della crescita. Costruiremo le strade e i ponti, le reti elettriche e le linee digitali che alimentano i nostri commerci e ci legano gli uni agli altri. Restituiremo alla scienza il suo giusto posto e maneggeremo le meraviglie della tecnologia in modo da risollevare la qualità dell'assistenza sanitaria e abbassarne i costi. Imbriglieremo il sole e i venti e il suolo per alimentare le nostre auto e mandare avanti le nostre fabbriche. E trasformeremo le nostre scuole, i college e le università per venire incontro alle esigenze dei tempi nuovi. Possiamo farcela. E lo faremo. Ora, ci sono alcuni che contestano le dimensioni delle nostre ambizioni - pensando che il nostro sistema non può tollerare troppi grandi progetti. Costoro hanno corta memoria. Perché dimenticano quel che questo paese ha già fatto. Quel che uomini e donne possono ottenere quando l'immaginazione si unisce alla volontà comune, e la necessità al coraggio. Quel che i cinici non riescono a capire è che il terreno gli è scivolato sotto i piedi. Gli argomenti politici stantii che ci hanno consumato tanto a lungo non sono più applicabili. La domanda che formuliamo oggi non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funzioni o meno - se aiuti le famiglie a trovare un lavoro decentemente pagato, cure accessibili, una pensione degna. Laddove la risposta sia positiva, noi intendiamo andare avanti. Dove sia negativa, metteremo fine a quelle politiche. E coloro che gestiscono i soldi della collettività saranno chiamati a risponderne, affinché spendano in modo saggio, riformino le cattive abitudini, e facciano i loro affari alla luce del sole - perché solo allora potremo restaurare la vitale fiducia tra il popolo e il suo governo. La questione di fronte a noi non è se il mercato sia una forza del bene o del male. Il suo potere di generare benessere ed espandere la libertà è rimasto intatto. Ma la crisi ci ricorda che senza un occhio rigoroso, il mercato può andare fuori controllo e la nazione non può prosperare a lungo quando il mercato favorisce solo i già ricchi. Il successo della nostra economia è sempre dipeso non solo dalle dimensioni del nostro Pil, ma dall'ampiezza della nostra prosperità, dalla nostra capacità di estendere le opportunità per tutti coloro che abbiano volontà - non per fare beneficenza ma perché è la strada più sicura per il nostro bene comune. Quanto alla nostra difesa comune, noi respingiamo come falsa la scelta tra sicurezza e ideali. I nostri Padri Fondatori, messi di fronte a pericoli che noi a mala pena riusciamo a immaginare, hanno stilato una carta che garantisca l'autorità della legge e i diritti dell'individuo, una carta che si è espansa con il sangue delle generazioni. Quegli ideali illuminano ancora il mondo, e noi non vi rinunceremo in nome di qualche espediente. E così, per tutti i popoli e i governi che ci guardano oggi, dalle più grandi capitali al piccolo villaggio dove è nato mio padre: sappiate che l'America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che sia alla ricerca di un futuro di pace e dignità, e che noi siamo pronti ad aprire la strada ancora una volta. Ricordiamoci che le precedenti generazioni hanno sgominato il fascismo e il comunismo non solo con i missili e i carriarmati, ma con alleanze solide e convinzioni tenaci. Hanno capito che il nostro potere da solo non può proteggerci, né ci autorizza a fare come più ci aggrada. Al contrario, sapevano che il nostro potere cresce quanto più lo si usa con prudenza. La nostra sicurezza emana dalla giustezza della nostra causa, dalla forza del nostro esempio, dalle qualità dell'umiltà e del ritegno. Noi siamo i custodi di questa eredità. Guidati ancora una volta dai principi, possiamo affrontare le nuove minacce che richiederanno sforzi ancora maggiori - una cooperazione e comprensione ancora maggiori tra le nazioni. Cominceremo a lasciare responsabilmente l'Iraq alla sua gente, e a forgiare una pace duramente guadagnata in Afghanistan. Con i vecchi amici e i vecchi nemici, lavoreremo senza sosta per diminuire la minaccia nucleare, e respingere lo spettro di un pianeta che si surriscalda. Non chiederemo scusa per il nostro stile di vita, né ci batteremo in sua difesa. E a coloro che cercano di raggiungere i propri obiettivi creando terrore e massacrando gli innocenti, noi diciamo adesso che il nostro spirito è più forte e non può essere infranto. Voi non ci sopravviverete, e noi vi sconfiggeremo. Perché noi sappiamo che il nostro retaggio "a patchwork" è una forza e non una debolezza. Noi siamo una nazione di cristiani e musulmani, ebrei e induisti e non credenti. Noi siamo formati da ciascun linguaggio e cultura disegnata in ogni angolo di questa Terra; e poiché abbiamo assaggiato l'amaro sapore della Guerra civile e della segregazione razziale e siamo emersi da quell'oscuro capitolo più forti e più uniti, noi non possiamo far altro che credere che i vecchi odi prima o poi passeranno, che le linee tribali saranno presto dissolte, che se il mondo si è rimpicciolito, la nostra comune umanità dovrà riscoprire se stessa; e che l'America deve giocare il suo ruolo nel far entrare il mondo in una nuova era di pace. Per il mondo musulmano noi indichiamo una nuova strada, basata sul reciproco interesse e sul mutuo rispetto. A quei leader in giro per il mondo che cercano di fomentare conflitti o scaricano sull'Occidente i mali delle loro società - sappiate che i vostri popoli vi giudicheranno su quello che sapete costruire, non su quello che distruggete. A quelli che arrivano al potere attraverso la corruzione e la disonestà e mettendo a tacere il dissenso, sappiate che siete dalla parte sbagliata della Storia; ma che vi tenderemo la mano se sarete pronti ad aprire il vostro pugno. Alla gente delle nazioni povere, noi promettiamo di lavorare insieme per far fiorire le vostre campagne e per pulire i vostri corsi d'acqua; per nutrire i corpi e le menti affamate. E a quelle nazioni, come la nostra. che godono di una relativa ricchezza, noi diciamo che non si può più sopportare l'indifferenza verso chi soffre fuori dai nostri confini; né noi possiamo continuare a consumare le risorse del mondo senza considerare gli effetti. Perché il mondo è cambiato e noi dobbiamo cambiare con esso. Se consideriamo la strada che si apre davanti a noi, noi dobbiamo ricordare con umile gratitudine quegli americani coraggiosi che, proprio in queste ore, controllano lontani deserti e montagne. Essi hanno qualcosa da dirci oggi, proprio come gli eroi caduti che giacciono ad Arlington mormorano attraverso il tempo. Noi li onoriamo non solo perché sono i guardiani della nostra libertà, ma perché essi incarnano lo spirito di servizio: una volontà di trovare significato in qualcosa più grande di loro. In questo momento - un momento che definirà una generazione - è precisamente questo lo spirito che deve abitare in tutti noi. Per tanto che un governo possa e debba fare, alla fine è sulla fede e la determinazione del popolo americano che questa nazione si fonda. E' la gentilezza nell'accogliere uno straniero quando gli argini si rompono, la generosità dei lavoratori che preferiscono tagliare il proprio orario di lavoro piuttosto che vedere un amico perdere il posto, che ci hanno guidato nei nostri momenti più oscuri. E' il coraggio dei vigili del fuoco nel precipitarsi in una scala invasa dal fumo, ma anche la volontà di un genitore di nutrire il proprio figlio, che alla fine decidono del nostro destino. Forse le nostre sfide sono nuove. Gli strumenti con cui le affrontiamo forse sono nuovi. Ma i valori da cui dipende il nostro successo - lavoro duro e onestà, coraggio e fair play, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo - tutto questo è vecchio. Sono cose vere. Sono state la forza tranquilla del progresso nel corso di tutta la nostra storia. Quel che è necessario ora è un ritorno a queste verità. Quel che ci viene chiesto è una nuova era di responsabilità - il riconoscimento, da parte di ogni americano, che abbiamo un dovere verso noi stessi, la nostra nazione, il mondo, doveri che non dobbiamo accettare mugugnando ma abbracciare con gioia, fermi nella consapevolezza che non c'è nulla di più soddisfacente per lo spirito, così importante per la definizione del carattere, che darsi completamente per una causa difficile. Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza. Questa è la fonte della nostra fiducia - la consapevolezza che Dio ci ha chiamato a forgiare un destino incerto. Questo è il significato della nostra libertà e del nostro credo - perché uomini, donne e bambini di ogni razza e di ogni fede possono unirsi nella festa in questo Mall magnifico, e perché un uomo il cui padre meno di sessanta anni fa non avrebbe neanche potuto essere servito in un ristorante ora può trovarsi di fronte a voi per pronunciare il giuramento più sacro di tutti. Perciò diamo a questa giornata il segno della memoria, di chi siamo e di quanta strada abbiamo fatto. Nell'anno in cui l'America è nata, nel più freddo dei mesi, una piccola banda di patrioti rannicchiati intorno a falò morenti sulle rive di un fiume ghiacciato. La capitale era stata abbandonata. Il nemico avanzava. La neve era macchiata di sangue. Nel momento in cui l'esito della nostra rivoluzione era in dubbio come non mai, il padre della nostra nazione ordinò che si leggessero queste parole al popolo: "Che si dica al futuro del mondo... che nel profondo dell'inverno, quando possono sopravvivere solo la speranza e la virtù... Che la città e la campagna, allarmate da un pericolo comune, si sono unite per affrontarlo". America. Di fronte ai nostri pericoli comuni, in questo inverno dei nostri stenti, ricordiamo queste parole senza tempo. Con speranza e virtù, affrontiamo con coraggio le correnti ghiacciate, e sopportiamo quel che le tempeste ci porteranno. Facciamo sì che i figli dei nostri figli dicano che quando siamo stati messi alla prova non abbiamo permesso che questo viaggio finisse, che non abbiamo voltato le spalle e non siamo caduti. E con gli occhi fissi sull'orizzonte e la grazia di Dio su di noi, abbiamo portato avanti il grande dono della libertà e l'abbiamo consegnato intatto alle generazioni future.

Vinicio & Renè

http://www.youtube.com/watch?v=NlAjfPXUgeU

domenica 18 gennaio 2009

Il sito del Comune di Bortigiadas

http://www.comune.bortigiadas.ot.it/
La presentazione del sito istituzionale del Comune di Bortigiadas rappresenta un momento di grande felicità e di grande responsabilità.Felicità perché con questo strumento, superando un gap almeno decennale, Bortigiadas si apre al mondo; responsabilità perché, d’ora in poi, ogni cosa che facciamo, che diciamo o che scriviamo saranno consultabili e valutabili in tempo reale da tutti. Fra poco tempo, con l’estensione da parte della Regione Sardegna della Banda Larga anche al nostro territorio e con l’attivazione della Rete wireless, il digital divide sarà definitivamente colmato e anche la consultazione di questo sito sarà più agevole. La trasparenza che questa Amministrazione ha sempre praticato ha da oggi un nuovo e fondamentale strumento di applicazione. Il sito istituzionale del Comune non sarà pertanto un sito statico come purtroppo molti, nella pubblica amministrazione, se ne vedono. Sarà un sito dinamico, costantemente aggiornato e costruito giorno dopo giorno: sarà un sito in divenire.
Trasparenza, partecipazione, condivisione sono parole di cui qualcuno nel passato, anche a Bortigiadas, ha abusato: questa Amministrazione le ha promosse nei fatti, quotidianamente e con costanza quasi maniacale. Questo spazio sarà uno degli strumenti della trasparenza degli atti amministrativi della partecipazione ai processi decisionali e della condivisone delle scelte che interessano l’intera comunità bortigiadese; tutto ciò sarà realizzato tenendo conto della privacy dei cittadini, curando la riservatezza dei dati sensibili. Questa operazione sostituisce finalmente il chiacchiericcio da bar, il cicaleccio da comare e pone all’attenzione di tutti i fatti presenti e passati. In tal senso il sito istituzionale del Comune di Bortigiadas rappresenta un punto di non ritorno: nessuno in futuro potrà agire al di fuori di questo campo di trasparenza e di chiarezza; nessuno potrà più propagandare una realtà edulcorata e offrire una rappresentazione della pratica amministrativa diversa da quella che è nella sostanza dei fatti; nessuno potrà più mostrare la realtà vista da un caleidoscopio menzognero e falso. Questa, a Bortigiadas come altrove, è una piccola “rivoluzione”. Una rivoluzione trasparente. Certo che i cittadini di Bortigiadas apprezzeranno questa iniziativa auguro a tutti una buona NAVIGAZIONE all’interno del sito in attesa di suggerimenti, critiche e indicazioni che, sono sicuro, non mancheranno.
Il Sindaco
Emiliano Deiana



Vinicio e la maschera

E' stato presentato a Mamojada il calendario 2009 del Museo delle Maschere del Mediterraneo. Padrino d’eccellenza Vinicio che ha reso popolare una delle maschere più celebri del carnevale barbaricino, la maschera di boves, indossandola nel corso della tournée di OVUNQUE PROTEGGI per il brano "Brucia Troia" (la cui gran parte è stata incisa nel fondo delle grotte di Ispinigoli, a Dorgali, nel nuorese). Una maschera arrivata da lontano come afferma Vinicio: "Sono arrivato a questa maschera non certo andando in un negozio di souvenir per turisti ma facendo un mio cammino di iniziazione per i carnevali barbarici, con la testa più ai riti di “Medea” di Pier Paolo Pasolini che non al ballo in maschera, e l'ho trovata in mezzo a una selva di altre maschere di animali. Una volta sceltala ci ho dormito insieme per tre notti carezzandogli quasi il muso come fosse quello di una mucca e la prima volta che l'ho vestita in faccia, oscure forze della natura hanno cambiato da quel momento il mio modo di sentirmela, la faccia, e ho capito, da dietro quelle fessure di legno, che il mondo è grottesco visto dagli occhi del Minotauro e che solo la pietra nuragica è in armonia con la natura delle cose”.

Vinicio, il cattivo maestro

Lunedì 19 gennaio alle 11.30 Vinicio incontrerà gli studenti dell'Università di Cagliari presso il Cineteatro Nanny Loy (Via Trentino, Cagliari).L'incontro, organizzato dall'associazione studentesca Jan Palach (www.janpalach.it) sarà moderato dal giovane scrittore sardo Flavio Soriga (www.flaviosoriga.it), autore di Sardinia Blues, e grande estimatore dei lavori di Vinicio. “Quando mi chiedono, alle presentazioni dei miei romanzi, "Chi sono gli autori che maggiormente influenzano la tua scrittura?", io sempre rispondo, sempre, Vinicio Capossela. Rubami l'amore e rubami il pensiero di dovermi alzare e ruba anche l'ombra di fico che copre il cicalar della comare: questo sono io, la mia terra, Calasetta a fine luglio, San Juan de Sinis in pieno agosto, il Mexico nostro campidanese caldissimo, le pecore e i silenzi, le storie mitiche e assolute, il Sur, dove si torna sempre, come all’amor, e le praterie del Wisconsin dietro il prossimo accordo, tra Seneghe e Baratili, i predicatori scalzi e le streghe delle caverne, i delitti e i dannati, la magia e le illusioni, Capossela è il poeta viandante, il girovago mascherato, il Re degli inganni da palcoscenico, il cantastorie e l'uomo nero, è il raccontare fattosi uomo e poesia, è un romanziere con la chitarra, e noi sardi lo sappiamo nostro hermano e compagno, bandido buono a cavallo di un purosangue scaplitante, e gli passiamo l'abbardente e gli rubiamo un sorriso, hasta la guitarra siempre, e viva la vida.
Flavio Soriga